Dovevo farlo

Dovevo farlo: andare nella vecchia casa e dire addio a questi lunghi 18 anni. Ne sentivo l’esigenza. Lo desideravo. Doveva essere l’ultima volta che avrei camminato in quel parco grande, nascosto e sconosciuto alla maggior parte delle persone. Ho aperto il cancello e con calma mi sono diretto nei vialetti. Ho aspettato i tempi di Jake che doveva annusare e perlustrare ogni centimetro. Al suo muso ogni singola pietra o foglia o filo d’erba era un mondo nuovo.

Per me invece era l’ultima passeggiata. Mi promettevo che mai avrei più messo piede in quella casa e nel parco. Ho tolto il nome dall’etichetta sulla casetta della posta. E già questo gesto doveva sancire il mio definitivo addio. Ma mi sono perso nelle pieghe della memoria, non volevo avere fretta. Mi guardavo attorno. La mia “piccola inghilterra”, come ho sempre chiamato la mia casa e il mio giardino. Ho aperto l’ingresso, ho lasciato scivolare nel binario l’ampia imposta che copriva il vetro-finestra. Il mio giardino, malconcio in questa primavera secca, ma potenzialmente pronto ad esplodere con tutte le gemme nei rami delle piante sopravissute. Non so bene i nomi, ma l’alloro si è ingigantito oltre misura, la camelia con delle timide protuberanze verdi, provata dalla siccità, aveva visto tempi migliori; la serenella un po’ meno sofferente, mi lasciava presagire l’odore intenso dei suoi fiori. E infine la pianticella con le bacche rosse che fa molto natale. Attorno erba secca, morta, qualche cespuglio tenace si ergeva sulle zolle del prato ma era destinato molto presto a morire. Jake nonostante tutto impazziva dalla gioia per quella primavera agonizzante, che regalava ancora flebili emozioni. Tutte le primavere attese in quel parco, sempre odorose e piene di colori…

Mi guardavo attorno con nostalgia, il pergolato disadorno, allestito da un pazzo e folle non molto tempo addietro. Dopo aver preso la scopa, ho spazzato la veranda mentre Jake si rotolava nella terra, tra le foglie secche. Poco gli importava che gli buttassi addosso la polvere. Ho pulito anche il pavimento interno della casa, sul quale in diverse notti ho dormito per sentirne la frescura delle piastrelle e per provare qualcosa di oltraggioso in certi momenti intimi. Ho passato la mano sul marmo della cucina, liscio, freddo, invitante come il piano di una morgue. Ho aperto uno ad uno tutti i cassetti svuotati. Non mi aspettavo di trovarvi nulla, certo. Era solo per l’abitudine e la mestizia dell’ultimo gesto. Ho salito la scala tappezzata di moquette con delle chiazze oscene dovute ai maldestri tentativi di mia madre di rovinarla, passando lo straccio impregnato di candeggina. Almeno l’avrei cambiata, sperava lei. Lo spazio vuoto nel soppalco, allargato e allegerito dal bianco delle pareti. Il lucernario e la finestrella dai quali mi sono affacciato mille volte per osservare il profilo della Spina Verde o per annusare l’aroma delle primule che circondavano lo spazio erboso attorno ai noccioli.

Poi, ho pisciato e tirato l’acqua. Nel parco ho estirpato il ramo di qualche arbusto con la pia illusione che magari sarei riuscito a trapiantarlo nella mia nuova casa. Ho raccolto pure una pigna con una forma semplice e perfetta, le altre erano ammacccate. Davanti al giallo di quelle splendide forsizie mi sono fatto un selfie. E da quella posizione ho ammirato a lungo il profilo della mia casa. La casa che non è mai stata davvero mia, che però ha ospitato pazzi, come dicevo, maniaci, egocentrici e pusillanimi. Persone dalle quali avrei fatto bene a starmene lontano, ma che per amore ho ospitato sotto quel tetto e nel mio cuore.

E ora apro una parentesi cattiva ma la richiudo subito.

Mi sono stretto nelle spalle e ho chiuso gli occhi. Stavo per chiudere non una porta, ma un portone sul mio passato con la consapevolezza che quei diciotto anni mi appartenevano e facevano parte della mia vita. Altri quel passato lo hanno rinnegato scaraventandomi via non nel cestino, ma direttamente nella discarica sperando che venissi spazzato via. Hanno chiesto la limitazione della mia libertà, grazie a giudici incapaci e in palese odore di corruzione; di avvocati che con il loro lavoro inutile, cioè solo quello di far del male alle persone e guadagnare soldi a badilade per mantenere la piscina, evitando di fatturare, con sporchi giochi in tribunale e inciuci vari tra i giudici, ti inculano a sangue, e di amanti egodistonici che ti vogliono fregare tutti i soldi che hai.

Fine della parentesi.

Mi sono scrollato di dosso questo fastidio, ho abbracciato Jake, l’ho baciato sulla testa e l’ho posato per terra. Nessuno ormai mi dovrà dire che cosa devo fare, non permetterò mai più a nessuno di dettarmi il tempo e di ferire i miei desideri. Chiuso. Fine.

Ho chiuso la porta, girando la chiave lentamente. Fine. Era l’ultima volta.

Facebook Comments

Lascia un commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: