I miei primi 50 anni

Beh, non capita spesso che uno raggiunga questo traguardo. E ora mi devo fermare, riprendere fiato e guardare indietro. Sono arrivati i cinquanta, una cifra di quelle che quando sei giovane mica te la imamgini. Eppure sono cinquanta, C-I-N-Q-U-A-N-T-A.

Guardo indietro, sembra ieri quando inizio ad avere la consapevolezza di me, dietro le vetrate di una grande casa della Val Taleggio ad ammirare i fiocchi di neve che cadevano incessantemente. Ho altri ricordi, più che altro percezioni, degli anni precedenti ma sono cose su cui non voglio soffermarmi.

fortynine to fifty

Da quell’inverno in poi, è stato un lungo cammino, faticoso, pieno di stop e di delusioni. Una strada di grandi speranze e di disperate richieste. Ho suddiviso questo percorso denileandolo con i paletti conficcati negli anni ’83, ’98 del secolo scorso (secolo scorso, vi rendete conto?) e 2013. Lo scorrere della vita sta all’interno di queste parentesi. Forse non rispecchiano le età biologiche effettive ma delimitano certamente i confini della mia fanciulezza, adolescenza e maturità.

So tutto quello che ho fatto, ho testimoniato la mia vita e fissato i giorni, uno per uno. Qualcosa, sicuramente, è stato volutamente dimenticato e non è stato segnato da nessuna parte. Ma dei miei cinquantani ricordo tutto: non sopporterei che la mia intera vita si limitasse solamente a poche sensazioni impresse nella memoria. No. Non ho voluto tralasciare nulla. Ho scritto incominciando dall’83, appunto, come dicevo, un anno magico e importante. E, in seguito, continuato a fermare la mia vita sulla carta, annotando tutto. Proprio tutto.

Le cose brutte, belle, quelle di cui vado fiero, le altre su cui preferirei stendere non un velo ma una trapunta. Tutto questo è pur sempre la mia vita. Fa parte di quel me stesso di cui ho consapevolezza da quando sono nato. Non servirà molto ma, nel mio piccolo, voglio trascendere la storia. Perché quando chiuderò gli occhi per sempre, la mia vita, questa, pur insignificante e minuscolo bruscolino nell’intera galassia dell’umanità, possa in qualche modo essere ricordata.

Non voglio semplicemente vivere, ma sopravvivere: a me stesso, agli anni, alle imperfezioni, all’oblio, e alle proprie debolezze. Non ho mai avuto una grande considerazione delle mie capacità, ma non ho mai mollato, non ho mai lasciato che gli eventi mi soprendessero. E in quelle poche evenienze, anche quando tutto sembrava che sfuggisse via di mano, ho tenuto salda la mano sul timone.

E ce ne sarebbero state occasioni per mollare la presa e lasciarsi andare. Neanche nei momenti più oscuri però mi sono perso. Sempre convinto di andare avanti, nonostante tutto. Potrei elencarli tutti i momenti in cui ho preferito non guardare più avanti e fermarmi. Ma non voglio soffermarmi su questo.

Ho però la profonda convinzione che dal 2013 è cambiato tutto: sono arrivato al capolinea. Ci sarebbero, in teoria, altri cinquant’anni davanti ma so perfettamente che non è così. C’è chi ha voluto distruggere la mia vita  -in parte c’è riuscito- e ora, dopo aver perso almeno una decina di anni -buttata nel cesso una parte consistestente- non avrò più occasione per provare gioie, pulsioni, desideri o altro da costruire.

Sarò fermo alla fermata del bus e mi godrò quanto costruito fin’ora.


Vivrò dei miei viaggi, ne ho fatti tantissimi, di ciascuno ho sigillato la memoria dopo aver segnato gli itinerari, i voli, gli spostamenti e testimoniato la mia presenza in migliaia di fotografie. Sono in ordine di data e me li ricordo tutti. Se non avessi fatto questa operazione archivistica, chissà cosa avrei perso! Invece no. Aprendo il cassetto ritrovo un escalation di viaggi per il mondo: da Dunedin nella Nuova Zelanda a Hope in Alaska, da Capetown a Kemi nella Lapponia. Da Suratthani a Usavick passando per New Delhi. Dalle Faroe alle Mauritius. Dalle Hawaii alle Key West. Il viaggio da Freementale a Perth, la cena ad Adelaide, le corse sulla battigia di Fraser Island. E potrei continuare all’infinito. Di ciascun viaggio sono ricordate le date di inizio e quelle di fine. Non potrò mai dimenticare i posti raggiunti, i volti incrociati, le città, le montagne e i mari.


Dei miei diari, uno per ogni anno, la maggior parte comprata nelle librerie estere del paese in cui ho fatto il mio ultimo viaggio di ciascun anno. E così ho diari di tutto il mondo, perfino arabi e giapponesi, nei quali ho dovuto iniziare a scrivere dall’ultima pagina. Quello più costoso è stato comprato in una mega libreria di Hirosima. Speso una cifra da capogiro, sui 40 euro, ma non potevo tirarmi indietro. E adesso sono lì impilati, di vari colori, di misure diverse. Le copertine consunte, le pagine ariose, gli angoli sberciati, il dorso scollato. Ma eccoli, che raccontono i giorni di questi anni. Credo che se andassi al Guiness World of Records, una certificazione me la daranno sicuramente. Ma non voglio. A chi frega, se non a me stesso, questa montangna di carta, completamente scritta, alle volte con una grafia pessima, quasi illegibile? Non l’ho fatto per il mondo, ma solo ed esclusivamente per me stesso.


Del mio curriculum, ossessivamente aggiornato con attestati, frequenze, certificati e partecipazioni. Ricordo perfettamente la discussione della tesi sul trapianto di intestino alla Maison della Chimié di Parigi. Nello schermo scorrevano le fotografie dei vetrini di pezzi autoptici di maiali, ormai morti e rinsecchiti dopo rigetto. E il terrore provato quando un professore di chissà quale università aveva alzato la mano alla richiesta: any questions. Lo avrei fulminato. Ma ho risposto correttamente e soddisfatto mi aveva lanciato un sorriso. Lo stesso che mi avrebbe fatto la sera stessa sul Bateau-mouche che solcava placidamente la Senna. Se avessi avuto più determinazione avrei continuato la specialità nella University of Pittsburgh ma nella mia testa c’erano mille altre cose irrisolte. Ricordo le amabili suorine dell’Ospedale Italiano Umberto I del Cairo, Mustasfa Italii, come ho imparato a chiamarlo in questura o quando prendevo i taxi per Abasseia. Ancor di più le loro cene che mi hanno provocato tante scariche diarroiche. Posso descrivere le mille sensazioni provate, alle volte indescrivili, nelle sale operatorie di Abor e Sogakofe. I corsi di aggiornamento in giro per il mondo e per l’Italia. Le tensioni per gli esami, le mille crocette sulle domande multiple, i voti sul libretto universitario. La cena di gala in compagnia del Sindaco di Atene e del Ministro della Salute della Grecia davanti al Partenone.


Dei libri, finalmente disposti in ordine, ben in evidenzia, classificati secondo una logica mia personale, sconosciuta a Goodreads o a Anobii. Posizionandomi al centro della stanza, le due librerie, messe una di fronte all’altra, mi trattengono come in un gigantesco abbraccio di carta. Mi giro attorno, su me stesso, e li vedo, i miei libri. Ripenso al tempo impiegato per leggerli. Sono stato accompagnato da mille autori, da un’infinità di voci. Mi sono lasciato prendere per mano e mi sono incamminato sulla Prospettiva Nievski di Leningra.., ops, San Pietroburgo; ho dormito nei compound di Beirut e di Sebrenika, ho passeggiato lungo i viali di Salonnico. Ho pianto durante la lunga notte argentina, mi sono infervorato per le strade del Kent, ho guardato attraverso le vetrate della cattedrale di Salisbury, ho rincorso a perdifiato la lepre nella Karelia. Ho amato il Re David attraverso gli occhi della sua concubina. Ho provato il dolore ancestrale dell’imperatore Adriano. Nel perderermi per i vicoli di Napoli, mi immaginavo il Leopardi comporre la sua poesia più bella sulle pendici del Vesuvio. E così via in questo eterno e inifinito vortice di strade di luci e ombre.


Delle mie raccolte. Non butto via niente, classifico e metto in ordine. Lo so che qualcuno sta pensando che abbia detto una bestemmia ma sono molto ordinato. Potete ridere a crepapelle ma se non avessi fatto il medico mi sarei buttato in un archivio e sarei morto sepolto tra le carte, i volumi e i tomi impolverati. La passione di ricondurre il tutto ad un ordine ancestrale, di trovare un legame tra le cose. Prendere in mano la guglia dalla spoletta e dipanare il filo o arrotolarlo e distribuirlo è quello che ho sempre fatto in questi miei primi cinquant’anni. Ho raccolto di tutto, dai biglietti aerei, ferroviari, del teatro alle carte di imbarco. Dalle monete alle banconote. Dagli stemmi alle bandiere, dalle lettere agli articoli di giornali. Dagli appunti universitari alle dispense. Giornali tanti, fili elettrici, scatole di fiammiferi, candele, contenitori, classificatori, miliardi di fotografie e di diapositive. Diapason, bottiglie della cocacola, penne, hardidisk. La mia raccolta archivistica non ha nulla da invidiare a quella dell’Archivio di Stato di Roma, tra i cui scaffali sono rimasto in silenzio e immobile per settimane, respirandone tutta la polvere.


Dei miei amori, ormai decantati nelle scatole trasparenti, disposte nel sottotetto di casa. Tanti, dalla cui storia traspare tutta la mia ingenuità, la mia predisposizione all’autolesionismo. Amori che credevo fossero indissolubili ma che si sono infranti poco dopo; amori eterni che sono spariti neanche fossero un gioco di prestidigitazióne. Ma sono lì, dopo un processo di tassidermia, filtrati dalle lettere, dalle immagini, dai bigliettini di auguri, dai pensieri scritti in momenti spensierati. Gli abbracci e i singulti di cuore non si dimenticano proprio. Le fuitine, i pianti, le collere e i dolori immensi. Tutto evaporato. Stupido io, incapace di reagire alle pulsioni di cuore. Che si è fatto ingannare dalle parole e dalle bugie. Amori per i quali ho fatto le cose più stupide ma allo stesso tempo eroiche, che non dimenticherò mai. Ho lasciato il lavoro da un giorno all’altro e mi sono spinto nella remota isola di Aitutaki, rimandendovi settimane come un sopravvissuto a un naufragio, a cui avrei ben voluto soccombere. Mi sarei risparmiato tante delusioni e cocenti sconfitte. Lo scherno di giudici e avvocati che si sono presi la briga di leggere le mie pene d’amore in aule di tribunali. Dovevano essere proprio importanti o loro non avevano di meglio da fare. Ma se anche Adéle, la cantante, è entrata nei portoni di aule giudiziare, ritengo che la giustizia sia tutta una farsa, a cominiciare da chi la somministra e gli avvocati non sono da meno, anzi con l’aggravante che ti fregano un fracco di soldi e ti trattano di merda. Ma questa è un’altra vicenda della quale non voglio mai più pensare


Dei racconti. Ne ho scritti pochi ma sono un concetrato e la massima espressione della mia persona. Soffro a scrivere, non sono sereno. Sembra di usare un bisturi affilato su di me per fare uscire quelle parole, quelle riflessioni. Una volta aperto il varco le parole escono, vomitate, una dopo l’altra. E io che sto fermo, incantanto, come se si guardasse il pus uscire copioso da un foruncolo che nel frattempo è diventato un cratere. Pochi racconti, per lo più pubblicati in due libretti. Racconti per i quali ho vinto dei premi letterari, che mai avrei immaginato di vincere. Eppure ricordo molto bene il sindaco di Merate quando scandiva il mio nome leggendo il primo premio. Le menzioni, le critiche, la trasformazione di questi componimenti in pagine di carta. Orgoglioso di questo perché almeno una pietra di me è inscastonata nelle librerie centrali dello Stato.


Dell’araldica. Non so perché mi sono impelagato in questo campo. Ma sono diventato un punto importante per questa materia. C’è il sito di cui, ormai, porto avanti gli aggiornamenti da più di vent’anni ed è diventato un capolavoro, il riferimento per l’Italia intera. La cosa credo che mi sia scappata di mano ma non rinnego nulla. Non solo il sito ma importanti opere saggistiche che hanno dato la possibilità di far conoscere parte della nostra storia. Quattro libri, quattro, non sono pochi. Immaginerò tra due, trecento anni quando qualcuno che si prenderà la briga di leggere le carte ingiallite dei blasonari che ho scritto. Mi piacerebbe conoscere i suoi pensieri, esattamente come ho fatto io leggendo i pareri e i documenti delle varie commisioni all’inizio del secolo Novecento.


Ho scritto troppo ma forse ne valeva la pena. Passeranno anche questi cinquant’anni. Non sono da solo, ho il mio gatto che, nonostante tutto, mi è vicino. Non mi chiede niente, non mi giudica, non gioca brutti scherzi, non promette niente. Mi guarda e miagola quando ha fame, altrimenti ronfa su uno scaffale della libreria. Lui è felice quando lo porto via, in giro. Non mi tradisce mai. Non mi denuncia. Quando sale in auto è il gatto più felice del mondo e io sono il padrone più felice del mondo del gatto più felice del mondo. Ho imparato che solo questo mi basta, non mi serve nient’altro. Aspetto, vivo per me alla fermata del bus. Intanto viaggio, lavoro, scrivo, colleziono. Ho almeno altri cinquant’anni.


Auguri Carletto, lo passerai in giro anche questo compleanno perché oggi non ci sono per nessuno se non per me stesso


Ogni preghiera è una promessa a Dio
Che non ho mai dimenticato
La mia preghiera non raggiunse poi
O almeno ancora la strada che avrei sperato
Perdonare presuppone odiarti
Ma se dicessi che non so il perché dovrei mentirti
E tu lo sai che io con le bugie
Mi manchi veramente troppo troppo troppo ancora
Ho passato tutto il giorno a ricordarti
Nella canzone che però non ascoltasti
Tanto lo so che con nessuno avrai più riso e pianto come con me
E lo so io ma anche te
Quasi trent’anni per amarci proprio troppo
La vita senza avvisare poi ci piovve addosso
Ridigli in faccia al tempo quando passa per favore
E ricordiamoglielo al mondo chi eravamo e che potremmo ritornare
Passo la vita sperando mi capiscano
Amici, amori affini prima che finiscano
E ancora sempre solo una strada, la stessa
Cerco sempre la più lunga, la più complessa
Quindi perché mi scanso invece di scontrarti
E tu perché mi guardi se puoi reclamarmi
Ricordi il cielo insegnò al 2013
Io e te all’odio non sappiamo crederci
Ho passato tutto il giorno a ricordarti
Nella canzone che però non ascoltasti
Tanto lo so che con nessuno avrai più riso e pianto come con me
E lo so io ma anche te
Quasi trent’anni per amarci proprio troppo
La vita senza avvisare poi ci piovve addosso
Ridigli in faccia al tempo quando passa per favore
E ricordiamoglielo al mondo chi eravamo e che potremmo ritornare
Musica più forte che sfidi la morte
Accarezza questa mia ferita
Che sfido la vita
Ho passato tutto il giorno a ricordarti
Nella canzone che però non ascoltasti
Tanto lo so che con nessuno avrai più riso e pianto come con me
E lo so io ma anche te
Quasi trent’anni per amarci proprio troppo
La vita senza avvisare poi ci piovve addosso
Diglielo in faccia a voce alta di ricordare quanto eravamo belli
E di aspettare perché potremmo ritornare

Facebook Comments

Lascia un commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: