Il 14 luglio  di secoli fa

Era il 14 luglio del 1991 quando mi trovai di nuovo a Parigi, esattamente alla Gare du Midi, dopo essere rientato dal Pentagono Bruxellese. Avevo un solo altro giorno di prima di rientrare definitivamente a casa via Lyone. Era necessario, perché dovevo prepararmi per l’esame di fisiologia, anche se in cuor mio sapevo che non l’avrei passato.

Avevo scelto Parigi per scappare, per piangere, per purificarmi. Non potevo andare oltre. A quei tempi, quelli dell’università, era il massimo della fuga. Ed ero stato costretto a prendere i treni,
proprio io che li detestavo.

Mi ero promesso che avrei chiesto scusa ai miei anche se, in fondo al cuore, ero convinto che dovessero essere loro a farlo.

Caro Damiano, l’intezione era quella di rimanere a Parigi,  anche se poi mi ero lasciato attirare dai treni della SNCB e mi ero perso in una pasticceria di fronte all’Opera di Bruxelles. Mi ero lasciato distrarre da tante belle cose prima di arrivare ad affrontare il vero motivo di quel viaggio.

Desiderevo avere un giorno in più, dovevo ancora piangere a lungo. Ora, in terra francese, dovevo concedermi un momento intimo di assoluta preghiera. In quelle due ore di tragitto, sull’Intercity tra le capitali, mi ero predisposto alla catarsi, lasciando da parte il vago senso di libertà della fuga.

Ero scappato per non affrontare il dolore. Sapevo che la lontananza da te, Damiano, e da Flavia, insomma dal nostro triangolo amoroso, non avrebbe risolto niente. Dovevo convincermi che era finito tutto. Si era consumato la partenza con quel disagio nel cuore, ora avrei elaborato il lutto, protetto dalla lunga gradinata della Grande Arché, alla Defense.

Conservo ancora il foglio scritto la sera prima. Una scrittura ordinata come non avevo mai posseduto.

Avrò soltanto un giorno, quello di domani, per piangere e gridare, per disperarmi, per sentirmi profondamente me stesso, per sbattere la testa, per camminare in Rue de la Ferronerie. Farò tante cose domani a Parigi, prima di tornare al mondo abituale.

Pregherò per te, Flavia, che mi hai tradito con Damiano; penserò ai tuoi occhi verdi, Damiano, con i quali mi hai rubato lei. Pregherò con un canto del cuore perché nessuno continui a vivere senza aver rovistato nella profondità dell’uomo, affinché voi possiate percepire, seppure in lontananza, questo canto così meraviglioso e sofferto. Ancora poche ore di pioggia che turbano il mio sentimento: smetteranno le gocce di scendere lungo la vetrata del ristorante.

Uscito dalla metropolitana, a mezzogiorno in punto, in prossimità dell’Etoile, vedevo una marea di gente, di carri armati, polizia dappertutto. Ho subito pensato che fosse scoppiata la guerra, quella vera, in Kuwait. Un gendarme mi guardava perplesso, replicando alle mie domande becere, con la frase: “ma è il 14 luglio!”.

A me il 14 luglio non diceva niente. Io, cretino, era l’ultima cosa a cui avrei pensato.

Ero nel mezzo dell’orgoglio di una nazione, quando speravo di lasciarmi andare ai miei piagnistei.

Volevo un po’ d’intimità ma l’intera Francia guardava se stessa, mi strattonava, mi spingeva e mi lasciava in disparte. Non ero gradito in quella città, figurarsi alla Defense! Non potevo sperare di sedermi sui marmi bianchi di Palais de Chaillot.

Niente.

In un attimo ho odiato Parigi per non avermi dato in quel giorno, il più sacro, un momento per piangere e perdermi. Sentivo infrangersi completamente il momento catartico e lo scopo di quel viaggio clandestino perché nessuno, a parte le ferrovie francesi e belghe, sapeva dove mi trovassi.

Ti ho odiato Damiano per avermi portato via Flavia. Ho odiato te, Flavia, perché inconsapevolmente ti eri lasciata andare tra le sue braccia. Ho odiato il mondo intero così generoso nell’assoluta pace in un angolino in disparte della pasticceria di Bruxelles, così ingrato il giorno dopo. Non avrei mai perdonato questo affronto alla città. Avevo confidato nella Parigi delle scorribande notturne, negli spazi giganteschi, negli infiniti corridoi della Rer e della Ratp, nel caos di Rue Sebastopol, invece, ora, mi trovavo schiacciato e soverchiato da una miseruncola manifestazione nazionale. Io valevo di più. Non avrei più visto Parigi con la stessa predisposizione di un giovane che sperava di trovare conforto.

Sign Your Name

Fortunately you have got
Someone who relies on you
We started out as friends
But the thought of you just caves me in
The symptoms are so deep
It is much too late to turn away
We started out as friends

Sign your name across my heart
I want you to be my baby
Sign your name across my heart
I want you to be my lady

Time I’m sure will bring
Disappointments in so many things
It seems to be the way
When your gambling cards on love you play
I’d rather be in Hell
With you baby than in cool Heaven
It seems to be the way

Sign you name across my heart
I want you to be my baby
Sign your name across my heart
I want you to be my lady

Birds never look into the sun
Before the day is done
Oh the light shines brighter
On a peaceful day
Stranger blue leave us alone
We don’t want to deal with you
We’ll shed our stains showering
In the room that makes the rain

All alone with you
Makes the butterflies in me arise
Slowly we make love
And the earth rotates
To our dictates
Slowly we make loveHey
Sign your name across my heart (sign your name)
I want you to be my baby (be my baby)
Sign your name across my heart
I want you to be my lady
(Sign your name, sign your name)

Sign you name across my heart
I want you to be my baby
Sign your name across my heart
I want you to be my lady

Sign you name across my heart
I want you to be my baby
Sign your name across my heart

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