Sono andato in Sicilia nei primi giorni di Febbraio. Le ragioni di questo viaggio sono molteplici, una in particolare però mi ha spronato più delle altre. Dovevo vedere il Cretto di Burri, un’opera ambientale, anzi Land Art perché suona più cool, conosciuta in tutto il mondo.

Mi sono preso un giorno intero perché dalla Sicula Settentrionale all’altezza di Termini, meglio dire dall’inizio della Strada Statale dell’Etna e delle Madonie, ho dovuto imboccare diverse provinciali che mi conducevamo all’interno dell’isola, quella più remota, la black sicily, sconosciuta ai più, di certo ricordata per cose cupe.

Imperterrito mi sono inoltrato, attraverso paesaggi idilliaci, verdi. La sagoma del San Calogero in poco tempo è sparita. Tra tornanti, curve, tratturri, ho attraversato paesi compatti, isolati, delle vere città stato: Aliminusa, Montemaggiore Belsito, Lercara Friddi, Corleone, Palazzo Adriano. Ho lambito il celeberrimo bosco della Ficuzza.

Ho sbagliato più volte perché mi sono fidato del navigatore quando invece avrei dovuto prendere una cartina per scegliere con precisione chirurgica il tragitto esatto. Poco male, in quelle quattro ore di guida, ho assaporato la natura wild, stupefacente, ambienti molto simili al salvaschermo windows xp. E sono arrivato a Gibellina, osservando poco prima una città diroccata, Poggioreale.

Sono arrivato dall’alto, quando sarei dovuto arrivare invece dal basso, ma almeno ho potuto vedere, poco dopo la croce in memoria delle vittime del Belice, l’intera opera: sulla collina di fronte un blocco intero di cemento versato sui resti della città.

Le macerie non sono state portate via, ma compattate, rispettando il reticolo di strade originario della planimetria. Su di esse è stata versata una glassa di cemento bianchissima.

Un pugno allo stomaco. Non tanto per la distruzione della città ad opera della natura, piuttosto per la prepotenza e la protervia di questo Burri che si è permesso di distruggere la memoria storica. Non si è accontentato di costurire un’opera d’arte, chessò, una torre, un arco, un qualcosa che accanto alle macerie potesse ingenerare dei sentimenti di pietas e di ricordo. No! Burri, ci ha buttato tonnellate di cemento, distruggendo tutto, cancellando anche quello che non era riuscito il terremoto.

Burri è un pazzo! Ne sono convinto. Non sono un esperto di arte per poter giudicare la sua opera, ma mi è bastato lo scempio compiuto.

Burri era un medico, per fortuna per poco tempo, altrimenti non so cosa avrebbe combinato; è andato a combattere in Abissinia ormai alla fine del colonialismo italiano. Irriducibile, non si è piegato agli alleati, così è stato spedito in un campo di concentramento in Texas. E lì, ha iniziato a chiudersi in silenzio e a comporre opere. Sarebbe diventato un artista di fama mondiale.

Il resto di lui non mi interessa.

È in questa prigionia che è morto dentro. Il male lo ha roso, lo ha ferito, lo ha instupidito. Ma non si è piegato nemmeno questa volta, tornando in Italia senza subire un processo. Anzi, forte di questa ferita, ha iniziato a distruggere la materia stessa con altra materia. L’espressione materica è viva e fondamentale nella sua opera.

Mica si è accontentato di un pennello per esprimere il suo disagio sulle tele, che – per inciso – ha distrutto, anche quelle composte nel suo delirio silenzioso in Texas.

Quale occasione ghiotta dunque quella di Gibellina per far uscire tutta la sua frustrazione? Distruggere, distruggere, innalzarsi e comprimere in un blocco di cemento, senza anima e senza sentimentio l’atavica e millenaria storia della città, costirngendola ad un oblio perenne, ad una solitudine senza tempo. Tutto per sollevarsi da quel male di vivere che lo aveva colto come un cancro in testa.

Ho percorso una via tra questi blocchi di cemento, schiacciato io stesso dall’insubordinazione di Burri. Mi rincuoravano il cielo azzurrissimo, il verde delle alture circostanti, quel minuscolo germoglio che stava crescendo proprio nel cemento. La natura, se proprio doveva distruggere, così come è successo, era l’unica autorizzata. Solo la natura e non Burri.

Sono scappato, ferito e annientato nelle mie paure ancestrali. Non sapevo dove rifugiarmi. Quattro ore per raggiungere il luogo e cinque minuti solo per posare lo sguardo e cercare di capire. Ma avevo capito prima ancora di arrivare a Gibellina. In perpetuam memoriam.

Annie Lennox – Why

How many times do I have to try to tell you
That I’m sorry for the things I’ve done
But when I start to try to tell you
That’s when you have to tell me
Hey, this kind of trouble’s only just begun
I tell myself too many times
Why don’t you ever learn to keep your big mouth shut
That’s why it hurts so bad to hear the words
That keep on falling from your mouth
Falling from your mouth
Falling from your mouth
Tell me

Why
Why
I may be mad
I may be blind
I may be viciously unkind
But I can still read what you’re thinking
And I’ve heard it said too many times
That you’d be better off
Besides

Why can’t you see this boat is sinking
Let’s go down to the water’s edge
And we can cast away those doubts
Some things are better left unsaid

But they still turn me inside out
Turning inside out turning inside out
Tell me
Why
Tell me
Why
This is the book I never read
These are the words I never said
This is the path I’ll never tread
These are the dreams I’ll dream instead
This is the joy that’s seldom spread
These are the tears The tears we shed
This is the fear
This is the dread
These are the contents of my head
And these are the years that we have spent
And this is what they represent
And this is how I feel
Do you know how I feel?
‘Cause I don’t think you know how I feel
I don’t think you know what I feel
I don’t think you know what I feel
You don’t know what I feel

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