Otto metri tra me e te. Auguri

Ricordo ancora quando ti tirai fuori dalla gabbietta: eri un frugolino peloso che stavi sul palmo della mano. Passai interminabili momenti a osservarti, a guardare quel pelo arruffato, a perdermi tra i tuoi occhioni azzurri.

Ti ho sempre tenuto con me, aspettando i tuoi tempi, i tuoi miagolii, le proteste quando non volevi obbedirmi… Non ho mai preteso nulla. Con te ho avuto un’infinita pazienza, che non ho mai avuto con nessun’altro. Ti ho concesso tutto il tempo di cui avevi bisogno: per fare un chilometro, ci volevano due ore? Chi se ne fregava! Mi sono promesso di starti sempre vicino. Ti sei conquistato, giorno dopo giorno, un posto importante, scalzando dal mio cuore tutte le altre cose che ritenevo importanti.

Mi bastava il tuo caldo pelo vicino a me, che quando ti cercavo tu fossi all’interno di quegli otto metri, lunghezza massima del guinzaglio… Come l’apertura di un compasso, le cui due punte avevano un senso l’una per l’altra.

Sei sempre stato buono perché sei cresciuto nell’amore. Non ti ho mai sgridato mezza volta, non ho mai lasciato che le mie preoccupazioni e frustrazioni scivolassero su di te. Ti guardavo e mi bastava che tu fossi lì. Mi bastava che tu fossi lì per il solo scopo di potermi occupare di te. Eri il mio non vuoto, il fine ontologico. La condizioni ultima che chiudeva il sillogismo. Esistevi per cui io ero per te. E nient’altro. Eri la proiezione del mio essere, la motivazione della mia esigenza di amore. E mi hai reso più sereno e tranquillo.

Mi hai liberato dai tanti pensieri, dalle preoccupazioni, dai sentimenti vendicativi.

Ti ho messo il guinzaglio e abbiamo camminato, da quel momento, sempre assieme. Dappertutto, ogni giorno. Sempre insieme, uno accanto all’altro.

Io e te. Io che mi saziavo della tua presenza, tu che ti saziavi degli odori, dei rumori, del cielo, dei prati, degli oggetti volanti non identificati. Sempre, tutti i giorni, abbiamo varcato il cancello di casa, colpendo la fotocellula, io con le mie gambe, tu con la tua coda.

Tutti i giorni, sei salito in auto, il luogo in assoluto che consideravi casa tua, più che casa mia. Quando eri agitato, avevi le paturnie, ti bastava salire con uno scatto e rimanevi in quello spazio angusto tra i sedili posteriori e lo spazio sotto il sedile anteriore. Il tuo regno, il tuo mondo.

Da quel mondo c’era sempre una scoperta nuova. Un prato, una pineta, una montagna, un cane in attesa, un cielo azzurro come i tuoi occhi. E pigramente, se non quando avevi fretta per fare la pipì o la cacca, inarcavi il dorso, annusavi e scendevi come la principessa, come la Cenerentola scendeva dalla zucca, trasformata in carrozza.

E partivi in perlustrazione. Dieci minuti buoni perché ti adattassi, perché la novità svaporasse, così riuscivi a riemergere dalla sopraffazione dello stupore. E camminavi di buona lena, con la coda dritta, coi baffi in tensione, con il muso rivolto verso il basso.

Ti ho portato dappertutto. Anche all’estero e durante i tragitti non hai mai mostrato insofferenza. Anzi! Solo quando dovevi rilasciare il gianduiotto, allora il miagolio diventava una vibrata protesta. E tutte le volte in autostrada rimanevi ipnotizzato dalle luci intermittenti delle gallerie. Emergevi dal tuo angolino e guardavi meravigliato quella luce psichedelica e stavi a osservare l’alternanza ritmica delle luci.

Io e te uniti, anche di fronte alle folle oceaniche che ci fermavano, che chiedevano se fossi un gatto o un cane, un po’ come quando a me chiedono se ho più di sessant’anni, tanto per capirci. E permettevano loro di farci fotografare (beh tu eri il più fotografato sicuramente), di farci importunare dalle mille domande. Ma che bel persiano… No, non è un persiano… Assomiglia alla mia Lulù, è morta appena ieri… Ma che pelo morbidissimo…

Pensa che senza di te non sarei mai riuscito a resistere mezzo secondo al centro di mille persone. Eppure, con te non me ne è mai fregato nulla. Prego, scatti pure. Prego, accarezzi pure. Sì, certo che è un gatto, di solito fa miao

Tu, ostentando quel muso da sberle, enigmatico, indecifrabile. Io che sorridevo, cosa che non sarei mai riuscito a fare, anzi avrei mandato ben volentieri a quel paese tutti quanti.

Mi hai dato tanto amore, o meglio, tu no; figurati, anaffettivo come sei! Correggo il tiro: mi hai dato la possibilità di volermi bene, amandoti. Nei tuoi occhi ho rivisto il mio benevolo amore che riversavo su di te. E per te, questo amore era una sciocchezzuola rispetto al mondo che ti si parava davanti ogni volta che si apriva la portiera. Mio caro Jake, quattro anni, sono passati.

Auguri per tutto questo che c’è tra me e te questi otto metri. Un bacione.

Carletto

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