Crociera Barcellona Marsiglia
Il secondo giorno è passato tranquillo, la nave solcava il Mediterraneo, liscio come un panetto di burro. L’aria era frizzante ma il sole era ben deciso ad imporsi col suo calore.
La colazione è stata un incubo. Cavallette divoratrici arraffavano e mangiavano come naufraghi in fin di vita. La tartarella di crema pasticcera e fragole mi attirava, era lì che mi sussurrava: mi vuoi?
Io con la bava alla bocca, dovevo prenderla, era mia. Avrei fatto di tutto per arrivare primo. E gustarmela.
Ero lì in lotta con forchette e coltelli da piantare nelle dita delle mani di chi le allungava verso il dolce. Con un esercizio di streching e uno scatto, sgomitando e centrando il lombo di quella di fronte, la sciura patinata rimane interdetta. Scusi, non ho fatto apposta! Lo dicevo con occhioni sorpresi e aperti come quelli della Carfagna. Falsissimo e bugiardo come una banconota da tre euro. Una in meno. Tempo di un gesto di prestidigitazione che la tartarella era stata agguantata da una pinza.
Sei mia, sussurravo con concupiscenza. Afferratola con delicatezza e appoggiata sul piatto, ho gridato un urlo come neanche il gladiatore.
Non era finita. Purtroppo trovare posto ai tavolini era peggio della ricerca del Santo Gral. Con lo zaino urtavo i vassoi, facendoli cadere. Oh sorry, sorry dicevo con perfidia e un ghigno che neanche Joker. Toh, si è liberato un tavolino!
Finita la colazione, un passaggio sul deck più alto per respirare la libertà. Quanto di più sbagliato! Una morgue, una distesa di corpi spalmati sulle chaise longue, una coda infinita che arrivava alla prua.
La stessa che dovevo memorizzare come un punto di riferimento appena salito a bordo, già subito durante l’esercitazione.
La costa di Girona e Barcellona si profilavano in lontananza.
Dopo mezz’ora, respirando la brezza marina, mi preparo allo sbarco dopo aver tracannato un po’ di drink (rigorosamente analcoolici), incurvato come non pochi, esco dal BCT, il cruise terminal.
A momenti precipito in mare. Il tassista mi chiede 20 euro per 3 chilometri, stica, e mi porta alla statua di Colombo, accanto alla dogana. Percorro la Rambla ancora in cantiere. Da vent’anni stanno facendo lavori lì. Ora stanno togliendo le bellissime piastrelle ondulate per dei blocchi marmo. Che peccato. Davvero!
La Rambla è un vialone di Dacca… pochissimi catalani! Incredibile! Come cambia una città in pochissimi anni. Ricordo il me stesso secoli addietro, nel 1994, quintali in meno e un miliardo di capelli in più, figurino che solo i ventenni possono avere, fiducioso in un futuro radioso…
Mater si fionda all’interno dei negozi di souvenir! Non ne lascia indietro nessuno in un lungo zigzagare fino alla piazza di Catalogna. Io sono provato.
Mater riesce a scovare l’ultimo negozietto che ancora non aveva visitato! Incomincio ad essere insofferente. Il tempo stringe. La nave non aspetta!
Lascio che la brezza marina mi rinfreschi nell’ampio spazio antistante il Mare Magnum e dopo aver piantato in asso un tassista che mi ha chiesto altrettanti 20 euro, vado alla fermata del bus, che per 6 euro mi scodella proprio davanti alla Costa Fascinosa.
La vita sociale della sera prende vita con il calar del sole. Mater si svacca sulle poltroncine del teatri e non la schiodi se non dopo due ore, giusto per traslare al ristorante Gattopardo del quarto ponte, ma che per arrivarci dovevi passare dal quinto.
Spettacolo circense, il brasilero sbatacchia di qua e di là la compagna un po’ sovrappeso. Sento la fatica immane da quel sorriso stampato sul volto grondante di sudore, che più che altro era un trisma mandibolare per lo sforzo.
La cena dura quelle tre ore mezzo ma proprio per incapacità di organizzazione. Si mangia il minimo sindacale.
E la sera continua col tunz tunz nella hall principale. Tutti fighi, tutti elettrizzati, illuminati dagli strobo. È ormai mezzanotte. Mater che normalmente sarebbe già sprofondata nel letto, non ne vuole sapere e rimane lì incantata a guardare la folla oceanica dalla posizione dominante e privilegiata del quinto ponte. L’ho trascinata via, se non dopo aver bevuto il suo deca.
