Diari di Viaggio Seoul – 04

Seoul

Ieri probabilmente è stata la giornata più fredda in assoluta. Ci sono stati costantemente meno 6 gradi tutta la giornata. E infatti è stata una sofferenza stare in giro. Il solito cielo azzurrissimo mi ha accompagnato appena uscito dall’albergo con la sciabolata gelida che ti correva lungo la schiena. Non importa, dico. Dobbiamo resistere.

Taglio in due tutto il mercato rionale, le ampolle contenenti le radici di ginseng mi perseguitano. A parte che sembrano composti anatomici ma poi sono anche osceni. Non riesco a smettere di guardare. Mi infilo nella metropolitana.

Questa volta devo mettere a frutto tutte le mie capacità intellettive. In realtà devo solo cambiare due linee della metropolitana e arrivare a Gangnam. Sarebbe tutto così facile, peccato che le linee siano 22. Ovviamente con i caratteri in coreano, con i nomi delle stazioni che se sbagli una vocale o una consonante ti ritrovi da tutt’altra parte. Sono lì a trafficare alla macchinetta dei biglietti, uno si offre di aiutarmi ma è più imbranato di quanto non pensassi. Le dico che non ha importanza, che va bene così, so devo andare.

No, apre tutte le applicazioni del suo telefono, digita come un forsennato, legge, rilegge, e dopo 10 minuti esce il verdetto. Devo prendere la linea 2 e poi la linea 9. Grazie, ma ci ero già arrivato da mo’, il problema era pratico. Non è che da una parte c’è Comascina e dall’altra parte San Donato. Ma tant’è.

Scendo le 50 rampe di scale per i binari. Spero di beccare la direzione giusta. Uno mi rimprovera di essere all’entrata sbagliata. Mi mostra un adesivo giallo sul pavimento. Bé, ne so quanto prima. Parto. Finalmente mi rilasso. Non so tra quante fermate devo cambiare. Il problema è capire il nome della stazione. Ma soprattutto leggerla nel font occidentale, infinitamente più piccolo del coreano.

Però funziona tutto. Esco al Seoul Trade Center. I grattacieli, ancor più alti e nuovi, scintillanti, mi salutano mentre esco dalle viscere della terra. Sono all’interno di un centro commerciale. Non voglio perdermi nei negozi, risalgo in superficie. E mi trovo la statua delle due mani che fanno riferimento al famoso cantante Psy. C’è pure un totem sincronizzato su youtube. Schiaccio il pulsante e parte a manetta la canzone, ma neanche in discoteca. Cerco di spegnerlo ma niente. E va bene. Faccio le foto, altre persone, una famigliola turistica e non di certo coreana, si mette a ballare mentre la madre immortala i pargoli mentre ballano. Ok, scappo che è meglio. Il quartiere è veramente lussuoso, ci sono chilometri e chilometri di grattacieli, strade pulite, intonse.

Il vero scopo però era quello della Biblioteca Starfield. Enorme, gigantesca e, manco a dirlo, piena di libri. Un posto instagrammabile, perfetto, decorato come un dono di natale. Sono ammirato dalle scaffalature e mi chiedo come possano andare a impilare i libri su in alto al 40° scaffale. Boh. Sono meravigliato. Ma la fame si sente. Cerco di evitare posti blasonati come Starbucks per la colazione. Non voglio stare nel centro commerciale, nonostante si geli. Esco, me ne pento quasi subito. La solita sciabolata gelida. Mi infilo nel bar PAris Croissant. Un posto eccezionale, con torte alla crema che avresti mangiate tutte. Brioche, anche queste un po’ bruciacchiate, ma con un latte alla vaniglia che ho goduto fino all’ultimo sorso.

Mi sono scaldato, mi sono preparato per andare alla Cascata. Lo so, era da pazzi, ma va bene la sciagurata idea di andare a Seoul, ma sentivo la necessità di vedere un po’ di natura. Peccato che per arrivarci, c’era più di un chilometro da fare per prendere la metro. Non mi faceva problemi. Non ce la facevo fisicamente col gelo. E poi c’era tutto un cantiere per altri palazzi scintillanti.

Per fortuna che lungo il cammino c’era questo tempio bellissimo di Bongeunsa Temple, un posto invitante, dove potevi attardarti senza dover sentire l’oppressione di Seoul. I budda di marmo con la loro panza di fuori mi facevano rabbrividire ma mi perdevo nei particolari, nei colori, nelle magie dei disegni, dagli odori degli incensi. Togliersi le scarpe e camminare sugli alabastri ghiacciati è stato anche lì un colpo basso.

Riprendo faticosamente nel mio cammino lungo tutto l’isolato fino alla fermata della 7. Mi precipito dentro, non riesco a scaldarmi. Parto e finalmente arrivo in questa parte di Seoul ai piedi di un promontorio. La montagna mi sovrasta. Avrei gradito un po’ di verde, un po’ di caldo. Ma dovevo accontentarmi. Percorro anche qui il chilometrino nel dedalo di viuzze fino al parco.

Le vecchiette incuranti fanno ginnastica nel percorso della vita. Una sorta di Valbasca più tecnologico. Io le guardo con sprezzante invidia. Come faranno mai, io, fisso come uno stoccafisso mi spaccherei in due. Procedo nel percorso, sì devo dire nella natura. Nella natura morta. Arrivo e delle waterfalls manco una goccia d’acqua. Sono talmente sorpreso che non ho la forza di arrabbiarmi. Tutta sta fatica per niente, ma è mai possibile?

Ritorno, ormai il sole non avrebbe dato anche quell’esile filo di speranza di leggero tepore. Mi fiondo in metropolitana e arrivo in centro ormai al tramonto. Mangio al Burger King, ma poi apprezzo quei ravioli cinesi caldi e bollenti. Non so cosa poteva esserci dentro ma erano così caldi che potevo anche ustionarmi. Li ho divorati. Il tepore si è allargato in tutto il corpo. Tre per 1000 won, presi così in mano, da un sacchetto di plastica. Ma va bene. E ho pure mangiato una frittella alla patata dolce. Ecco, ho veramente apprezzato la cucina coreana. In albergo sono subito schiattato.