Diari di Viaggio Seoul – 05

Seoul

Le temperature si sono lievemente alzate e ieri mattina a Seoul, non dico che si poteva respirare l’aria calda del sudest asiatico, ma si stava decisamente meglio senza provare grossi disagi.

Me la sono presa con comodo, tanto non avevo nessuna intenzione di andare dall’altra parte della città. Mi rimaneva il quartiere poco più a nord a poche fermate dalla metropolitana. Passo sempre in mezzo al mercato rionale, le radici di ginseng mi salutano di nuovo, tiro dritto. Ormai in metropolitana sono una scheggia.

In meno di tre minuti, ho il biglietto per la destinazione finale e mi porto ai binari. Sto diventando proprio un coreano provetto. Prima la linea 4, quella azzurra verso est e poi non appena incrociata la linea arancione, verso nord per un paio di fermate.

Il villaggio di Hanok è si tradizionale ma sembra più un quartiere brera per sfattoni. Casette piccoline, col tetto tradizionale. Mi mette ansia perché non ci trovo niente di autentico, mi sembra proprio una trappola per turisti. Infatti dopo aver passeggiato per due stradine tipiche e senza traffico me ne esco immediatamente.

Mi porto ad un tempio molto bello poco distante. La presenza di alcuni mici mi intenerisce. Si vede che sono congelati. Ti guardano appallottolati con un occhio semichiuso. Cerco di interagire ma scappano a zampe spedite. Che caratterino. Però faccio in tempo a fare delle foto. Percorro tutta la via che costeggia il muro del Jongmyo Temple, sito Unesco dal 1995, uno tra i più importanti della città.

Apprezzo che non ci siano auto e che si può passeggiare tranquillamente in mezzo alla strada. Mi fermo in una caffetteria, a dire il vero vengo trascinato dentro da queste due coreane che mi salutano con la stessa espressione di Hello Spank. Non posso che entrare. Il locale è piccolissimo, non ci si può muovere. Ci sono questi dolcetti di riso e ovviamente il latte. Mi siedo su una panchina dal legno chiaro. Sembra di essere all’Ikea per l’essenzialità delle linee. Mi gusto il latte, un po’ meno le barrette stoppose di riso. I mici mi guardano sornioni dall’altra parte della strada. Li farei entrare ben volentieri.

Proseguo nel cammino. La città è invisibile, il parco del tempio è immenso. Immagino durante il disgelo col verde e le chiome degli alberi che coprono tutto. Faccio il biglietto per il tempio sbagliato, mi sento cazziare dalla coreana in un inglese incomprensibile. Ma dico, non potete mettere due biglietterie automatiche per due posti diversi? Ma mi trattengo. Non vorrei irritare nessuno. Con piglio deciso mi prende il biglietto, mi restituisce i soldi sulla carta di credito e mi mette in mano il biglietto giusto. E ci voleva molto?

Il tempio è carino, ma lasciato andare. Ha sì un sapore antico, immagino il setting della canzone di 30 seconds to Mars. Ma i colori sono spenti. Bisognerebbe una giusta mano di vernice. Vedo i due palazzi, cerco di non inciampare nei lastroni sconnessi. Ovviamente l’atmosfera è soggetta ai miei sbalzi di umore. Ci sono le nuvole, il sole è scomparso. Insomma sono proprio incontentabile. Cammino sul percorso degli spiriti, una guida mi chiama per smuovermi e uscire dal vialetto. Lo guardo come a dire, certo se mettete solo cartelli in coreano…

Ci passo buona parte del pomeriggio e poi ritorno nel vialone, che è uguale a Corso Buenos Aires. C’è aria trasenda, le vie sono leggermente sporche, ci sono tanti negozi, centri commerciali, una miriade di farmacie. C’è pure un negozio per abiti over size. Il tipo mi guarda, faccio finta di non vederlo, prima che mi faccia comprare un abito tipo alla Kim.

C’è pure una chiesa cattolica, la cosa mi sorprende parecchio. Insomma di cattolico ha solo il poster del papa e la croce, per il resto mi sembrava un tempio del confucianesimo, le persone hanno il berretto alto, mi sembra di essere nella steppa remota dei tartari. Le vecchiettine mi salutano, mi stringono la mano, mi toccacciano. Uno straniero… E va be.

Proseguo fino alla porta orientale, la porta Venezia di Milano. Molto bella, peccato che fosse chiusa. Da lì partono le mura che salgono sulla collinetta come una specie di grande muraglia cinese. La tentazione di scalare è tanta, ma sono le tre, la fermata è lì sotto terra. Sono indeciso, alla fine rinuncio. E mi fiondo in metropolitana. Questa volta non c’è bisogno di cambiare sono sostanzialmente sulla stessa linea azzurra. Ritorno in centro, passeggio per il mercato, mangio qualcosa per scaldarmi. La bancarella delle focacce al GorgonZola, tipica specialità di Seoul, non è a portata di mano, dovrei tornare indietro. La pigrizia mi dice che tanto posso anche perdermi il famoso zola della Corea…

Ormai con un cielo completamente grigio, scuro, il mercato è sempre chiassoso, vivace. Compro una borsetta a Mater, telechiamandola. La bancarellista si sbraccia in direzione del telefono. Saluta Mater, le fa il segno che sì la borsa è bella. Ok, la prendo 10.000 won si può fare. Ok, i regali fatti. E così arrivo in albergo. Mi assicuro che la prenotazione del taxi fino all’aeroporto fosse confermata per il giorno dopo. E sprofondo in un sonno letargico.