Zanzibar
Insomma, sono le mie vacanze. Avevo pensato a questi giorni a lungo ma Jake ha spento ogni entusiasmo e mi ha fatto scegliere all’ultimo minuto. Avevo già pensato ai Caraibi, me li pregustavo. Avevo in mente diverse mete tutto sommato fattibili. Poi Jake mi ha trattenuto. Ho scelto se non dopo la sua dipartita ma i Caraibi, a questo punto, me li sono giocati.
Ho pensato ad altro ma ogni cosa era terribilmente impossibile da incastrare con lo smonto o che non avesse ormai costi proibitivi. Mi sono confidato con Donatella, alla fine non rimaneva che Zanzibar. L’avevo lasciata lì come ultimissima meta, fosse cascato il mondo, o fosse morto Jake. Ed è successo l’irreparabile.
Va bene per Zanzibar anche se il mio cuore e la mia mente volavano alti e per altri lidi. Jake mi aveva portato via tutto l’entusiasmo. C’era anche Mater. In realtà per lei avevo pensato altre cose, avevo in mente altri progetti.
Morale della favola, ho scelto Zanzibar stremato e affaticato. Non che non la considerassi un’isola bella, ma era talmente prevenuto, avevo in mente racconti brutti sulla gente, sulle recenti elezioni della Presidentessa della Tanzania seguite da scontri in tutta la repubblica. Ho prenotato con ancora le lacrime agli occhi per la morte di Jake, dopo tre giorni ho avuto i biglietti aerei, il resto non mi interessava. Ho fatto richiesta del visto on line. Sono stato ligissimo alle regole. Ho presentato le foto mia e di mia madre, copia dei passaporti e del biglietto aereo, ho pagato i 55 dollari e giuro, fino a ieri, non era ancora pronto.
L’ansia del visto ha messo ulteriormente a dura prova la scelta di Zanzibar. Anche perché, conoscendomi, visto come sono pacato e equilibrato, che non mando mai le persone a quel persone, cosa avrei fatto in aeroporto? Sai, poi non si sa mai, magari una parola fuori posto, una battutina, una quisquilia, tipo abbasso la Tanzania, mi vedevo già imprigionato nelle patrie galere di Stone Town. Poi miracolosamente il visto è comparso dopo una telefonata all’agenzia di viaggi, che a sua volta a chiamato l’ufficio visti di Roma, che a sua volta… boh. Sta di fatto che nemmeno dopo cinque minuti dalla mia lamentela, avevo il documento in pdf da mostrare come un trofeo in aeroporto.
Così sono partito, dopo una notte allucinante nel triangolo delle bermuda tra i perimetri di Mariano, Carugo e Desio, sì, quella zona di disagio sociale in cui la notte della bassa comasca è più nera del nero.
Qatar Airways delle 15, puntuale parte dalla Malpensa. Aereo mastodontico, pulito, con gli interni chiari, mica di quel verdone scuro della Ethiopian. Una vasta gamma di film, musica e giochi. Infatti, il cineso accanto a me ha iniziato a smanettare con la consolle e non lo hai più schiodato. Poco prima di entrare nello spazio aereo della Turchia e dopo un pranzo, giuro, a base di polenta e brasato, mi impallo e inizio a dormire, probabilmente russando.
Arrivo su Doha, dopo aver schivato la punta meridionale di Israele e i fulmini nel cielo sopra Riad. La vedo completamente tutta, da sud, nord, da est. Insomma, un giro completo e perfetto tra i grattacieli illuminati della capitale catarina. E non posso pensare che tutti i problemi tra Israele e il Medio Oriente nascono proprio tra quelle luci scintillanti.
Spianiamo sulla pista del DAI e l’aereo inizia a girovagare tra i terminal. Sembra sia indeciso dove attraccare. L’aeroporto è immenso, uno degli aeroporti più cool del mondo, superando di gran lunga quello vetusto del DBX. È immenso, il treno all’interno dei corridoi, le luci psichedeliche, le navicelle spaziali, e, giuro, una foresta, sì una foresta, più umilmente un orchard, un giardinetto dal nome inglese. E ti perdi tra le cascate, il negozio di Louis Vitton, la quantità impressionante di fiori e alberi ad alto fusto. Non c’era tutto questo quattro cinque anni fa. Incredibile. E penso amaramente che un posto così a Como non potremo mai averlo.
Aspetti che da un momento all’altro si materializzi un Tarzan qatariota che ti accompagni al gate per Zanzibar. Ed è così che mi sono ritrovato sull’altra tratta ormai cotto a puntino e perso nei cieli del Corno d’Africa.
