Zanzibar
La notte sul Corno d’Africa è stata sonnolenta. Dopo aver lasciato Doha alle nostre spalle, abbiamo puntato su Salallah nell’Oman e poi abbiamo cambiato direzione, percorrendo tutta la costa orientale dell’Africa. Siamo arrivati a Zanzibar con le prime luci del mattino. Qualche nuvolaglia ma alla fine su Stone Town era sereno. Si sono appannati tutti gli oblò. L’umidità trasudava dai portelloni aperti dell’aereo. Appena usciti sono stato agguantato da una manata che mi spingeva aria nei polmoni Sembrava che fossi in CPAP.
Per l’ingresso, oltre al visto per la Tanzania, occorre anche l’assicurazione della Zanzibar Insurance Company, che non “insciura” un bel cavolo, ma è assolutamente un pizzo legalizzato perché costa ben 44 dollari americani. Per l’assicurazione sanitaria, quella vera, dovevi fartela fare in agenzia.
I funzionari con il lettore del q-rcode in mano si sono appostati davanti ai portelloni, dovevi mostrare a loro la ZIC, giusto un zic. E chi non ce l’aveva, ecco il pos nell’altra mano.
Del passaporto, che fosse associata a te, fotteva ‘na sega. La ZIC è un’invenzione tutta africana, zanzibarina ed è un modo come l’altro per entrare in Tanzania. Mah!
Scatto da centometrista, scendo le scale, il poliziotto mi chiede se ho il visto. Sure, on line e gli mostro il trofeo come quando Rocky Balboa alza la cintura del Campionato di Box. Mi spedisce al gabbiotto dei controlli di frontiera. Una acidella, alta un metro e venti, invisibile da fuori, allunga la mano afferrando i passaporti. Delle venti pagine stampate del visto, anche in questo caso, non gliene sono servite neanche una. Ma chi se ne frega. Avanzo, entro in Tanzania, anzi a Zanzibar, e mi sento come se avessi finito le dodici fatiche di Asterix. Tutto il percorso burocratico è svaporato in meno di cinque minuti, con duecento dollari in meno.
Ecco, come fare i soldi easy.
Devo passare tutti i bagagli ai raggi x. E va bè. Aeroporto vuoto. Il zanzibarino del transfer mostra una lavagnetta con un nome scritto col pennarello. CARLLTO GENOVESE. Sorrido. La perfezione non esiste. I soliti convenevoli, baci, abbracci, prima volta a Zanzibar?, di dove Italia? Intanto siamo partiti a palla nella New Town, affollata e affumicata come tutte le città africane. Tengo il finestrino abbassato nonostante il caldo. Un’ora e venti di tragitto, un vero camel trophy. Mater sempre più abbioccata, è una mummia tra i pellicciotti del sedile.
La Western Area, quella urbanizzata, lascia spazio alla foresta vergine. Sulla strada rimangono i soliti pericoli. Bambini che ti tirano la palla, gli zebu che ti attraversano con fare placido, le donne che vendono il mango sul ciglio delle strade. Tutto nella normalità di un giorno feriale nell’East Africa. Il verde è intenso, si scorgono le scimmie, le strade sono dei tratturri ma in alcuni pezzi l’asfalto è molto più dignitoso della nostra SS35.
Arriviamo alla costa orientale. Si percepisce l’odore del mare, le palme ondeggiano, non ci sono costruzioni e quelle poche sono ben mimetizzate. Un qualcosa di positivo. Arriviamo al Dongwe Resort. L’autista indugia in salamalecchi. Vuole la mancia. Io lo ignoro completamente. Mia madre è inutilizzabile, sta dormendo in piedi, così batte in ritirata, senza altri convenevoli.
Ci offrono il cocktail di benvenuto, la salvietta fresca per lavarci la faccia. Impietositi dallo stato di Mater, ci fanno l’early ceck-in e ci fanno fare un upgrade, non richiesto ma graditissimo, in una deluxe room, direttamente affacciata sulla spiaggia e sul mare.
Preso possesso della stanza, Mater crolla in un sonno catatonico nonostante i 40 gradi. Non posso fare a meno che seguire il suo esempio. Alle 11 mi fiondo al pontile, l’unica cosa, oltre al mare, di veramente meritevole di questo resort, che ha i suoi anni, che è un pochino trasendo, che necessita di rinnovamenti.
In fondo al pontile, mi lancio nel verde smeraldo dell’oceano indiano. Ecco, quello che cercavo. Faccio pace con la Tanzania, ricaccio in fondo i miei pregiudizi e mi lascio cullare dall’azzurro e dal bianco accecante della spiaggia. Mater, ripigliatasi, subodorando odore di cibo, chiede inisistentemente di andare al ristorante. Ma come? Goditi di questa bellezza incommensurabile, stai qui. No, deve fiondarsi in sala pranzo del ristorante.
Il pomeriggio, sotto un sole cocente, che ti brucia sulla pelle, un sole cattivo, penetrante, si insinua dentro i tuoi pensieri e non riesci più a ragionare. In spiaggia veniamo fermati dai beach boys. Ma di questo parleremo domani.
