Zanzibar
I beach boys, come vengono chiamati, sono dei ragazzi che pascolano sulla spiaggia, in attesa di catturare un turista. Una volta afferratolo, difficilmente ti mollano. Sono vestiti come i Masai, con pareo rosso e portano con loro un bastone sottile. Ma non penso nessuna parentela. Di solito si presentano con nomi improbabili, tipo Salvatore, Danilo, Giulio Cesare, Coca-cola. In realtà credo che il loro nome sia ben altro. Ti parlano in un italiano stentato, e ti vendono di tutto. Di solito se ne stanno con la loro mercanzia in bella mostra e sono ostinati. Nel malaugurato caso non comprassi niente, incominciano ad essere molesti, ad andare giù pesante, della serie: “se compri da una parte poi quelli dell’albergo ti incula”. Giuro, usano questa espressione.
Io me ne sono stato alla larga da loro, perché hanno modi decisamente fastidiosi. Ma sono onnipresenti.
Con la giornata di ieri, abbiamo iniziato a vedere l’isola, ma è piatta come una tavola da biliardo. Nonostante ciò, la foresta è impressionante. La gitarella era la classica gita in promozione, dove poi alla fine ti vendono le pentole. Ho deciso di uscire, altrimenti rimanere spiaggiati al resort non mi sembrava il caso.
Un’ora per arrivare nel villaggino per farti commuovere e strapparti qualche soldo. Una bidonville, secondo me costruita ad arte, per capire come vivono i zanzibarini, quali sono le culture locali e poco altro. Arriviamo all’ingresso di questa via, ci accoglie una marea di bambinetti mezzi nudi, lerci, che ci guardano come se fossimo noi il soggetto della visita. Si mettono in posa davanti ai nostri obiettivi e cellulari. Ci scrutano. Hanno studiato la lezione. Ci seguono nel breve percorso tra la fogna e i sentierelli pieni di spazzatura. Il tragitto è breve, per fortuna. Una passerella muta, qualche alzata di mano per un saluto. Mater li accarezza tutti sulla testolina ma si capisce che loro vogliono qualcosa di più. Sono lì apposta.
Faccio pochissime foto, penso che se prendessi l’obiettivo, sono capaci di chiedermi dei soldi. La ZIC mi è bastata.
Raggiungiamo la statale, piena come nei peggiori incubi dell’Oltrecolle di Como. Ci guardiamo bene nell’attraversare la strada, prima di essere investiti; tiro in dentro la pancia e il sedere, non vorrei essere piallato sia davanti sia di dietro. Raggiungiamo poi questo laboratorio artigianale, sempre a bordo strada, tra gli scarichi dei camion che il fap non sanno cosa sia. Non ci cagano molto i giovinastri che intagliano cornici e porte di massello duro. Ci propinano delle cornici, pesanti quanto la valigia piena di mia madre. Nessuno le compra. Non c’è molto entusiasmo.
E così via, per la seconda e ultima parte. La passeggiata nella fattoria delle spezie. Ok, non c’era niente da vedere, ma il percorso era all’ombra, in mezzo ad alberi secolari, che qualche agronomo di Como, sicuramente ne avrebbe decretato la fine vita. Proprio piacevole. Dei ragazzetti fisicati salivano e scendevano dagli alberi con la stessa agilità di quando prendo il bus, impiantandomi sulla predella. Ci sminuzzavano le foglie, ce li facevano odorare e alla fine dovevamo capire che spezia si trattava. Ovviamente non ne ho indovinato nessuna. Abbiamo annusato il pepe, la cannella, il cardamomo, abbiamo mangiucchiato il Jack Fruit e lo zenzero. Ci siamo sprofumati di citronella e di ylang-ylang e non so quante altre spezie.
Alla fine del tour, delle scimmie dall’alto ci guardavano come a dire quando fossimo deficienti. Poi l’incontro ravvicinato del terzo tipo. Una scimmietta si para proprio davanti all’obiettivo. Probabilmente voleva afferrarlo, ma non appena allungate le zampette, il tronco su cui è sospesa si spezza improvvisamente facendola cadere. Spaventatissima, rimbalza su fino in cima all’albero. Cretina di una scimmia, io non ti ho teso nessuna trappola. Però credo che mi abbia giurato vendetta.
Fine della gitarella, Cinquanta dollari. Due ore di viaggio, una tra i vari camminamenti. Sul pulmino, a temperatura glaciale, ho cercato di fotografare il tramonto, ma non c’è stato verso perché era sempre dietro le spalle. Sicuramente, e lo dico con assoluta certezza, non è lontanamente paragonabile a Nosy Be. Zanzibar ha solo di bello il mare e nient’altro.
