Zanzibar
È domenica. Ecco, immaginate voi. Prima di partire mi ero informato se vicino all’albergo ci fossero delle chiese cattoliche ma Google mi rimandava all’unica chiesa in centro a Stone Town. Guardo la pagina ufficiale, cerco l’orario delle messe.
Bene, si può fare.
L’Eddie taxi, contattato nei giorni scorsi, mi manda il fratellino Ebrahim per accompagnarci fino in città. Sarà anche lo young brother ma mi sembra brillare di poca luce. Forse è lo stupido della famiglia. Ci mi scrive un altro messaggio per dirmi che il taxi si trova fuori nel parcheggio. Bene, che entri pure, lo aspettiamo ben volentieri.
L’Ebrahim con una maglietta rossa, pizzetto curato, scalzo e jeans, ci guarda un po’ stralunato. Deve essere certo che fossi io il cliente da accompagnare. Mi chiede per due volte se per caso avessi contattato l’Eddie, mi chiede se siamo noi a voler andare in città. Ma certo quanti altri devono andarci?
Non convinto gli faccio vedere la messaggisticha su whatsapp e alla fine si convince a partire. Alleluia. Non è ancora convinto, non sa dove andare, mi porge il suo cellulare per scrivere l’indirizzo sul suo Google Maps. Ma senti piccolo bro, sei tu il tassista. Sei tu lo zanzibarino che conosce i posti meglio di me, se tu che devi guidare. Se ti devo pure impostare il navigatore, apposto siamo.
Si dirige nella parte giusta. Il viale dei resort fila liscio. Poi la strada diventa un campo minato. C’è pure un casello improbabile dove Ebrahim scende per pagare il ticket in una sorta di gabbiotto/bancarella proprio nell’altra corsia, il poliziotto ci guarda e ci esorta con un’Akuna Matata. La donna corpulenta casellante, rilascia una ricevuta sgualcita. Pensavo che consegnasse anche qualche banana come resto.
Ci infiliamo nella periferia di Stone Town. C’è un traffico allucinante ma tutto sommato sostenibile. Sono sempre più meravigliato dalle attività della gente, dal brulichio di donne in burka, dal fumo che si alza da ogni angolo dove si brucia di tutto, dalla polvere smossa al nostro passaggio sulle strade sterrate. Ma è domenica mattina, stare a casa a dormire? I bambini che si agitano in mezzo alle carreggiate, i vecchietti seduti a bordo strada scatarrano. Lo scheletro del cavalcavia immacolato si erge sulle casette fatiscente. Intanto schiviamo le buche che mi fanno rimpiangere quelle di Como. Qui sono proprio del voragini. Se ci entri, potresti sparire nel vuoto cosmico dell’universo zanzibarino.
Arriviamo a Porta Torre, all’ingresso della convalle. Il traffico sparisce, la polvere pure. C’è una parvenza di ztl, i palazzi storici sono intonacati di fresco di un bianco che abbaglia. Sembra tutto così ordinato. Iniziamo a perderci in quel dedalo di vie. La chiesa si erge con i due campanili simmetrici.
Il tassista si infila nel centro storico. Tra poco rimaniamo incastrati nei vicoli. Davanti al forte antico, ci fa scendere. Mi scrive il suo numero di telefono nella rubrica del mio cellulare, così come due amici che si scambiano i propri contatti. Fate quello che volete. Chiamatemi quando siete pronti.
Il caldo mi agguanta, la gente si raduna attorno a noi. Taxi, giro barca, tour privato, massaggi, bamba. Noi prezzo speciale. E così via. Non riusciamo quasi a muoverci. L’essere da soli e non in gruppo giustifica la loro insistenza. Si prodigano, ovviamente tutto per soldi. E poi due scapestrati in giro per Stone Town…
È tutto un no grazie, ma la processione ci segue. Io che voglio guardare quel poco di centro storico, sono distratto dalle mille proposte. La chiesa è a pochi passi. È iniziata. È così gremita che alcune persone restano fuori ad ascoltare. Per madre riescono a trovare un posticino strizzato tra due giovanotti. E va be. Io mi guardo la chiesa. Vorrei addormentarmi ma restando in piedi era abbastanza difficile. Così sono stato lì ad osservare le persone, la volta dipinta di giallo, le stazioni della via crucis. La messa è in swahili per cui ci rinuncio proprio a capire che cosa dicono. Mater fa la comunione, infila una moneta di due euro nella cassettona posta al centro della navata, blindata da due lucchetti. Alla fine della messa tiro un sospiro di sollievo. No, invece iniziano con le litanie, ricordano tutti i morti di Zanzibar. Mater non ha nessuna voglia di uscire. La sprono, invece parte in quarta verso l’altare, scontrandosi con la folla che scemava raggiungendo l’ingresso principale. Va ad importunare le suore, che la guardano con evidente compassione. Io rinuncio a tradurre in inglese. Le saluta tutte. Ma la cosa peggiore è che va diretta dal vescovo che aveva appena officiato la messa. Lui la guarda mentre Mater le vomita la sua vita in italiano. Cerco di portarla via. Il vescovo non si scompone. La benedice e Mater si zittisce in un nanosecondo. Era così commossa. Io la tiro verso l’uscita. Districarsi in quella marea umana e veramente una cosa impossibile. Finalmente usciamo ed entriamo nei vicoletti.
Ho la sfregola, magari Ebrahim è già lì ad aspettarci. Sì, aspetta e spera. Gli mando un messaggio, non lo legge. Lo chiamo sempre via whatsapp e gli dico che noi ci troviamo nello stesso punto dove ci ha sbarcato. Lui serafico è sorpreso. Quanto vuoi che duri la messa? Ok, arrivo. 15 minuti… Ma sei scemo? E dove sei andato? Intanto vengo circondato da una marea variegata di persone che ti offrono tutto quello che potrebbe servirti. Mi rifugio nel parchetto e sul lungo mare. Alcuni gatti mi guardano scazzati, stremati dal caldo. Non ce la fanno ad alzarsi. Guardo il lungo mare. Alcuni giovani e bambini sono a bagnarsi nel mare. Mi piacerebbe essere al loro posto. Non ce la faccio più.
Il fratello scemo arriva serafico. Non fa nemmeno la finta di aiutarci a salire sul van. Con comodo, piccolo bro. E intanto parte a una velocità di crociera a 30 all’ora. Dai su, smuovi il sedere. No. Affronto, si ferma pure a fare spesa. Prende gli avocadi in un negozietto e dei mandarini in un altro. La polizia ci ferma diverse volte. Io sono nervosetto. Vedere il faccione della police sorridente e che ti dice Akuna Matata, mi fa saltare i nervi. Ma trattengo le imprecazioni, credo di essere capace di parlare in swahili. Arriviamo in albergo, giusto appunto per il pranzo.
