Zanzibar
Ieri abbiamo fatto una lunga gita, di una giornata intera. Devo dire che ho apprezzato molto. Siamo partiti con il solito suv e ci siamo diretti verso Stone Town. Ormai quella strada la conosco bene. Essendo lunedì mattina pensavo di trovarmi mezzo mondo, in realtà c’era pochissima gente. Abbiamo fatto l’unica strada percorribile che ti porta alla capitale.
Questa volta non ci ha fermato la polizia nemmeno ci hanno chiesto di pagare pedaggi strani. Siamo arrivati al porto di Stone Town con un tempo incerto. I ragazzini facevano il bagno nel mare, la gente vendeva ogni tipo di mercanzia, ti si avvicinava e ti proponeva il solito buon prezzo per non so quanti braccialetti.
Io li schivo tutti e non fanno in tempo a parlarmi o a propormi degli oggetti. Arriviamo all’imbarcazione, un dhow di legno, con l’albero maestro. Peccato che per salirci dovevi arrampicarti su per una scaletta di ferro. Mater si è fatta venire una crisi isterica. Ma poi tutti noi l’abbiamo convinta e siamo riusciti a farla imbarcare. Tutti volonterosi che l’hanno issata come una mercanzia da vendere.
Eravamo in pochissimi e ciò l’ho apprezzato molto. Davvero. Stare a contatto con altra gente mi veniva male. Così prendiamo il largo, il vento soffia, i nuvoloni scaricano acqua sulla città. Riusciamo a schivare lo scroscio. Dribbliamo con abilità i mercantili, le navi da crociera e ci portiamo a nord, verso il sereno. Guardiamo la città che da lontano è ancor più affascinante.
Navighiamo a vista, a velocità ridotta per non consumare carburante. Il dhow fila liscio verso Prison Island che si presenta come una macchia completamente verde. Scendiamo dall’imbarcazione, Mater viene scaricata giù. Questa strisciolina di sabbia risplende sotto la luce accecante. Prison Island conserva ancora la natura primordiale delle isole dell’Oceano Indiano. Mi sembra di essere alle Seychelles. Ed è così di fatto. Facciamo un giro veloce alla prigione. Il museo è veramente stitico, qualche fotografia sulla flora e la fauna e poco più. Ma il mare che si riverbera contro la costa è così trasparente e cristallino. Le coppiette si fanno i selfie in tutte le posizioni, ci mancano che eseguano le figure del camasutra. Percorriamo l’intero periplo dell’isoletta, sotto le frasche ombrose di non so quale albero. È tutto così piacevole, perfetto, non ci sono auto, la frenesia di Zanzibar è solo un ricordo lontano oltre il canale che ci divide dall’arcipelago.
Le tartarughe giganti ci sbarrano il cammino, stanno evacuando tonnellate di cacchina. Se gli fai i massaggi sullo sterno-cleido-mastoideo, alzano la testa, chiudono gli occhi e apprezzano il massaggio. Il tempo improvvisamente si ingrigisce. Facciamo appena in tempo a rifugiarsi sotto la tettoia di una casolare, che vengono spiovuti litri d’acqua. Dopo cinque minuti, il sereno più totale.
Risaliamo sul dhow e avvicinandoci a Stone Town raggiungiamo questa spettacolare lingua di terra, una virgoletta, un’unghietta strappata all’oceano indiano. Approdiamo come novelli Robinson Cruise. L’ingegno zanzibarino è semplicemente perfetto. Hanno piantato delle tende, più solide di quelle della Protezione Civile, sotto le quali riposare e mangiare. Nel frattempo ci lanciamo in acqua. Il mare è azzurro e nonostante il sole sopra le nostre teste, non puoi non nuotare e lasciarti rinfrescare.
All’una, grigliata di pesce, patatine, arrosticini di non so quale bestia, patate col limone, riso in quantità industriale, samosa e tutta la frutta tropicale esistente sulla terra. Tutto bello speziato che bere l’acqua del mare è una sciocchezza. L’abbiocco sotto il tendone è d’obbligo, le sedie si ribaltano, la frescura diventa calura. Dobbiamo ributtarci in mare e io starei tutto il giorno in ammollo.
I vu-cumpra vanno e vengono coi loro braccialetti, con le magliette dello Zanzibar (non so se si chiami così la squadra di calcio), sono disposti a farci massaggi, ci vendono le giraffine e gli elefantini di legno. Mater consuma tutti gli scellini tanzaniani come se fosse il Grande Gatsby di Zanzibar. Io scruto, guardo, osservo la natura, sono grato alla natura, a questa possibilità che mi viene offerta. Sono davvero felice con me, del mio compleanno e non potevo scegliere di meglio.
Alle 16 ultimo sforzo, ritorniamo a Stone Town. Siamo nella spiaggia dove il commercio è l’anima dei zanzibarini, anche i gatti ci si mettono con i loro miagolii insistenti. Vogliono mangiare. Un gattino mi guarda in modo insistente. Non so bene se prenderlo in braccio, accarezzarlo. Se non ci fossero i 10 mila controlli, me lo porterei con me in Italia. Lo lascio lì col cuore in sospeso. Saluto i bambinetti che ci aspettano al pulmann.
Il grigio lascia spazio a un cielo azzurrissimo e terso. La città risplende, le case imbiancate sono accecanti. Le pozzanghere sono insidiose, eppure la gente sembra che non si preoccupi di niente. Akuna Matata, d’altronde, è la loro filosofia. Una volta preso possesso del sedile, una ronfata unica fino al resort…
