Zanzibar
E dopo l’escursione della giornata intera in mezzo al mare e la mitica ronfata sul bus, mi sono concesso l’intera serata per me. Io mi sarei accontentato di due fette d’ananas sulle quali avrei infilzato le due candeline, preventivamente acquistate dal Cinese vicino di casa prima di partire. Davvero a me bastava così poco. Invece sono arrivati gli animatori della Grandi Viaggi con la torta al cioccolato e mi hanno cantato la classica canzoncina. Mater piangeva dalla commozione mentre io che continuavo a dirle che il compleanno era il mio e non suo.
La torta doveva essere un Pan di Spagna con una ganasce di cioccolato, in realtà era un mappazzo duro come la pietra, perché secondo me non usano le uova per ovvie ragioni e la crema per le decorazioni sembrava pasta di zucchero smollata lì per meglio essere decorata. Ho apprezzato comunque lo sforzo. La torta è stata divisa in una ventina di fette, distribuite agli animatori dei Grandi Viaggi (ho scoperto che si chiama così probabilmente in considerazione dell’età âgée di certi personaggi) e dal team di persone che poco prima erano in spiaggia a giocare a Beach Volley.
Il problema serio e insormontabile è stata l’accensione delle candeline visto che le pale del ventilatore soffiavano proprio su di noi. Tentativi tutti infruttuosi: non c’è stato verso. Abbiamo dovuto cercare il comando generale della sala e spegnere l’impianto elettrico. Peccato che l’interruttore fosse così sensibile, che è saltata la corrente in tutto il villaggio. Ok per pochi secondi…
E comunque prima della disposizione delle candeline, mi sono premunito che le stesse fossero nell’ordine giusto prima che mi venissero sottratti altri anni a quelli che festeggiavo effettivamente. Nel frattempo in spiaggia si è alzata la burrasca, sabbia dappertutto, rami delle palme spezzati e caduti a terra.
E ieri, dopo la solita alba stitica, mi sono preparato per il ritorno. Peccato per il tempo, ormai definitivamente guasto. Lo avevano detto, c’era troppo caldo, di quelli cattivi, di quelli che facevano accumulare energia. Infatti dopo la colazione è iniziata la pioggia, non il monsone ma un vero uragano con l’acqua che spioveva da tutte le parti. Il grigio faceva concorrenza a certe giornate brianzole. E io che avevo pensato di fare il bagno, ho dovuto pentirmene subito e rimanere riparato sotto le tettoie delle varie strutture.
Alle undici mi scrivere un tipo che si chiama Hamod per annunciarmi che sarebbe stato il mio autista durante il transfert in aeroporto. Mi aggiunge pure chiedendomi a che ora avrebbe preferito che passasse. Io? Io che ti devo dire a che ora portarmi in aeroporto? Ma sei tu l’autista, rimbamba d’uno. Gli rimando per tutta risposta il voucher sul quale era scritto in chiare lettere il pick-up time. Non mi risponde alla chiamata via whatsapp, non riceve il messaggio. Il tempo era abbastanza risicato. Non avevo nessuna intenzione di perdere l’aereo. Lo faccio richiamare dalla reception via telefono normale e tra i due inizia una lunghissima conversazione, tra risate, cenni di sì con la testa, altri cenni non meglio interpretabili, una sbrodaglia di parole. Ma cosa hanno avuto da dirsi? Mette giù, mi guarda il receptionist e mi dice: tutto ok. E dunque? A che ora. Ma siii, alle 13 arriva.
Bene, vi siete raccontati la vostra vita, della moglie e della progenie? No so… Ero sconvolto, come lo ero guardando il diluvio. Chissà mai se saremmo riusciti ad arrivare in tempo!
Un tutto fare, mi aggiusta la rotella della valigia che ogni tanto si perdeva e rotolava via. Avevo provato a sistemarla, infilando carta igienica ma senza risultato. Lui, meglio di un ingegnere aerospaziale, osserva il buco, lo guarda in controluce, fa un gesto di disapprovazione in merito al mio tentativo di aggiustarla, toglie il mappazzo indurito di cartapesta, mostrandomelo con ancor più disapprovazione. Ci infila con precisione un fil di ferro che si incastra perfettamente nel gancio della ruota. Trenta secondi, mi guarda con un sorriso stellare e mi dice Akuna Matata, cretino! Ah no, il cretino me lo sono immaginato.
Il tempo migliora, arriva Ham’od (o come si chiama), che secondo me fa concorrenza con il fratello minore scemo di Eddie, Traffico inesistente, cielo nerissimo, qualche folata di vento, interi fiumi che attraversano la strada. Serafico parte, non si scompone, ha le mani sul volante alle 10 e 10 come insegnamenti da scuola guida, schiena dritta e sguardo a prua come uno scafato capitano. Io sottecchi guardo anche la mappa di Google, sentendo anche i suoi consigli. Nessuno si scompone. Anche il poliziotto al pedaggio ci fa andare senza pagare il pizzo. A una decina di chilometri dall’aeroporto, gira a sinistra. Panico. Non ti preoccupare amico, traffic jam. Guardo fuori, strada deserta. Mah, devo fidarmi. Inizia a percorrere tutte le stradine a sud dell’isola. Google mi manda a quel paese e non ne vuole sapere della guida del transfert. Le stradine diventano budelli, curve cieche, ci passa solo una persona, figuriamoci un van. Gli alberi crescono in mezzo, ripeto IN MEZZO, alla carreggiata. A Como avrebbero già fatto una brutta fine.
Faccio fatica ad orientarmi, ci sono solo casupole di lamiera, bambini che si tuffano nelle pozzanghere, tutti belli inzaccherati, i motorini viaggiano con l’ombrello aperto già incorporato. Allungando la mano, posso fare spesa. Mi metto il cuore in pace. Mi sa che devo chiamare il capo e dirgli che per non precisati motivi, sono costretto a rimandare alcuni turni. Invece, ormai ero disperato e senza speranza, ecco l’aeroporto. Google si rianima e continua a dirmi, la tua destinazione è raggiunta. Ma come? Trenta secondi prima eravamo nella boscaglia zanzibarina e ora nel recinto dell’aeroporto internazionale.
Mah, Ci lascia con tutto il carico di valige nel parcheggio, ovviamente in quarta fila e ci saluta. Akuna Matana. Mica ci aiuta, ovvio non può lasciare l’auto in mezzo alla bolgia. Che bello, siamo arrivati all’International Airport, ma prima dobbiamo compilare una dichiarazione d’uscita dal paese. No, serio? Ma cosa è? È un cartoncino nel quale devi dimostrare e spergiurare dicendo giurin giuretta che te ne stai andando via dalla Tanzania. Proprio come in italia. Più che cartoncino è una pergamena di laurea che devi vergare nei pochissimi spazi liberi che ti hanno lasciato. Mah… Arrivo al bancone, mi danno la carta di imbarco e mi dice, anche questo, bello serafico, buon viaggio e mi sprona pure a fare in fretta. Grazie. Ma avanti di questo passo, ci lascio il cuore per uno sciupone improvviso.
Addio Zanzibar e arriviamo a Doha, anche lì con una tempesta infernale. Ma che bella giornatina dal punto di vista meteo.
