Lo stemma di Livigno. Le anomalie nel percorso di Concessione
Con questo elaborato si vuole percorrere la storia dello stemma di Livigno che è stato concesso con decreto presidenziale il 20 giugno 1969 ed è quello che conosciamo tutti, semplicemente guardando la casa del Comune, sulla cui facciata campeggia un affresco del ben noto scudo bipartito con la croce bormina e la Vergine Maria Nascente.
Sebbene l’iter procedurale fosse stato semplice e lineare, ci sono tuttavia da rimarcare alcune particolari note che rendono lo stemma del comune soggetto ad anomalie araldiche.
Livigno, che giace nella ampia vallata dello Spöl, fu dal 1300 assoggettata dal potente comune di Bormio. La lontananza e la sua geografia isolata consentirono lo sviluppo di un’amministrazione locale, separata e gestita da propri ministriali. Questa realtà riuscì ad essere sostanzialmente autonoma, favorita dal governo del Grigioni, e si staccò sempre di più da Bormio.
Livigno riuscì ad avere addirittura un’insegna propria. Secondo l’araldista Marco Foppoli, sia sui sigilli settecenteschi della Onorata Vicinia di Livigno sia negli stemmi riportati dal Wappenbuch des Bergell, la raccolta del 1700 conservata nella Biblioteca Civica Pio Rajna di Sondrio, sembra esserci uno stemma riferibile proprio alla comunità livignasca. Uno scudo di rosso con un castello d’argento di due torri, merlato alla guelfa, aperto e finestrato del campo.
L’insegna venne dimenticata quando nel 1797 il Grigioni si distaccò e tutte le concessioni feudali furono abolite con la venuta del Governo della Repubblica Cisalpina.
L’iter procedurale che portò alla concessione inizia con la delibera di Consiglio Comunale del 26 marzo 1961 con oggetto Approvazione stemma civico del Comune. Con questa votazione, preso atto che il comune di Livigno non ha mai posseduto uno stemma, il Consiglio sceglie uno stemma come descritto nella relazione araldica redatta il 10 marzo 1961 dall’Ingegnere Paolo Caccia Dominioni.
Lo scudo è diviso in due parti da una linea orizzontale. Nella prima parte vi è la figura di un vescovo benedicente aureolato d’oro con pastorale e paramenti d’argento. Accanto un toro di rosso, rampante (!?) posto proprio sopra il tetto della chiesa e il campanile con la cuspide. Sullo sfondo una banda d’azzurro.
La parte inferiore invece è ulteriormente divisa in due, a destra d’argento allo stambecco di nero per ricordare il Grigioni e a sinistra di rosso alla croce d’argento, un omaggio al cittadina di Bormio. Lo stemma era sormontato da Corona di 19 palle, in cinque gruppi di tre separati da quattro isolate, un segno di rango dei Conti di Bormio.
Le figure della parte superiore dello scudo sono ricavate da un celebre disegno di Hans Holbein, datato 1519, che si trova presso il museo di Stato di Berlino. L’insegna viene retta da un alfiere, “il portastendardo di Val Livigno”, traduzione dal tedesco di “Der Bannerstràger aus den Liviniental”.
La nota prefettizia del 2 settembre 1961, che recepisce le disposizioni impartite dal Governo in materia di araldica civica con nota del 25 agosto 1961, chiede che il Sindaco si accerti la mancanza di uno stemma facendo ricerche nell’Archivio comunale e nell’Archivio di Stato di Milano. Immediata la risposta del sindaco Gian Vittorio Vittadini, che rispose con due attestazioni dai predetti organi amministrativi.
In merito al parere araldico, la Consulta Araldica, accogliendo i consigli dell’Archivio di Stato di Milano, con nota del 20 febbraio 1962, approva lo stemma ma suggerisce di togliere la parte inferiore con i riferimenti dei Grigioni e di Bormio. La corona non può che essere quella da comune secondo il regolamento araldico. Inoltre, viene richiesta tutta una serie di documenti e atti al fine di verificare l’autenticità storica del dipinto.
Con successiva delibera di Consiglio, il sindaco modifica lo stemma e raccoglie tutta la documentazione e bibliografia richieste per verificare l’autenticità storica del disegno.
Il 6 febbraio 1963 viene approntato il DPR e trasmesso al Comune di Livigno. Le miniature vengono affidate al professor Marcello Tomadini, miniaturista incaricato dal Governo in quanto il comune non era in grado di provvedere ad una buona esecuzione dello stemma.
Non si sa come e perché, tre anni dopo, il sindaco Giovanni Battista Galli convoca il Consiglio il 22 dicembre 1966 per deliberare sulla revoca del DPR e va subito al sodo, dicendo che lo stemma precedentemente concesso non ha fondamento storico. Legge ai consiglieri la lettera del professor Albino Garzetti di Milano, che riporto integralmente al fine di cogliere l’ironia e la presa in giro verso la precedente amministrazione che ha approvato uno stemma senza alcuna attinenza storica.
“Posso affermare che tale giustificazione è destituita di fondamento. Essa si basa su un errore così grossolano da rendere difficile il pensare che esso sia stato commesso involontariamente. … Il sospetto è divenuto certezza, perché Osco, località nominata nei documenti, si trova nel Canton Ticino, ed è una frazione di Faido (pure nominato!). Quanto alla Val Livigno, è un’errata traduzione del tedesco Liviniental, che è appunto il nome della Valle Levantina, nella quale Osco e Faido si trovano. Fosse stata una valle sperduta, ma è percorsa dalla ferrovia del San Gottardo, una delle maggiori comunicazioni europee! Nella Val Levantina e in genere nel Canton Ticino sono veramente imponenti i ricordi di Sant’Ambrogio, a causa dei beni là posseduti dal Monasteri di Sant’Ambrogio di Milano. Quanto al disegno di Hans Holbein, ho consultato il libro di Wilhelm Eaetzold, che è la monografia fondamentale.
Il disegno in questione è riprodotto alla tavola 60, ed è commentato nel testo: “Su un altro bozzetto, fatto per la corporazione dei mulattieri di Osco- Faido, attraverso un arco lo sguardo corre alla strada del Passo del San Gottardo, che anche l’Holbein avrà valicato. Su una mulattiera dei muli caricati pesantemente cercano la strada con passo cauto in modo caratteristico. Conducenti sostengono i carichi, cioè barili di vino, al cui contenuto alludono anche i tralci di vite dei fusti delle colonne. Davanti a questo paesaggio alpino sta a gambe larghe un alfiere, con in pugno lo stendardo con l’immagine di Sant’Ambrogio, il protettore della Valle Levantina. Il toro sulla bandiera allude ad una scherzosa leggenda popolare dei contadini di Osco. Essi avevano lasciato crescere l’erba sul loro campanile. Per farla mangiare via, tirarono su con una corda un bue che rimase miseramente strozzato. Il soldato appare come ci si potrebbe forse immaginare: un Holbein pieno di baldanza. Holbein ha qui, per così dire, senza volerlo, disegnato uno dei più antichi paesaggi d’alta montagna…
Come si vede, il disegno, non ha nulla a che vedere con Livigno…”
Invece con delibera del 10 aprile 1968 si approva il nuovo stemma sulla base delle osservazioni e note del professore Don Silvio Baitieri, consigliere della Società Storica Valtellinese, e la descrizione araldica approntata dal professore Renzo Sertoli Salis: “Partito: a sinistra (sic!) di rosso alla Croce Bianca (!?) che è l’insegna della Terra Mastra di Bormio; a destra di blu (sic?) alla Vergine Bianca coronata di oro reggente il Bambino aureolato di oro“.
Oggi, se si vuole caratterizzare Livigno, come Comune ormai a sé stante, e non più unito all’amministrazione dell’antica contea, si possono seguire due criteri diversi. Richiamare nello stemma alcuni aspetti del turismo moderno, della bellezza della natura, delle costumanze attuali. Oppure rifarsi al passato, che rivive nella mentalità, nella psicologia della gente, per ataviche tradizione, e mettere in risalto quella nota che sembra “costante permanente, sicura, senza discussioni, accettata quasi universalmente da tutti gli abitanti.
Questa seconda strada sembra quella più consona allo stesso desiderio di caratterizzare la zona, non avulsa dal passato, con un presente dinamico, fervido, sulla linea di un senso realistico della vita.
Appartenenza alla comunità bormina per 7 secoli, indiscusso sentimento religioso, cattolico, attorno alla dolce Vergine Maria; ecco le note distintive della Comunità di Livigno. Il primo motivo è messo ben in luce dalla Croce Bianca in campo rosso, stemma di Bormio. Il secondo è richiamato dalla figura della Vergine Madre, con in braccio il Bambino Gesù. Il sentimento religioso si è espresso artisticamente in Livigno in due modi: nei grandi Crocifissi, che hanno riempito le chiese, ed hanno segnato di fede i crocevia delle strade; nelle raffigurazioni della Vergine, onorata nei secoli, i diversi titoli più consoni alla devozione cristiana, a partire dalla prima raffigurazione di cui giunge notizia storica, quella della Vergine Maria bambina.
Un dubbio rimane allo storico, per quanto riguarda la raffigurazione di Maria con il Bambino.
Sembra, questa devozione, non originaria in Livigno, ma importata dalla vicina Engadina; infatti la lega Caddea nello stemma ha precisamente la Vergine Maria, con il Bambino. Non sembra tuttavia dover sconsigliare la scelta di questa raffigurazione tenendo conto che la devozione mariana è certamente una costante della psicologia dei livignaschi.
L’8 luglio 1968 l’Archivio di Stato esprime parere favorevole al nuovo stemma, recepito anche dal Governo.
Con delibera di Consiglio del 4 dicembre 1968, viene adottato anche il gonfalone, che non era stato approvato con la precedente delibera: un drappo di colore azzurro e di rosso, colori invertiti del fondo dello scudo.
Il 20 giugno 1969 viene così redatto il nuovo decreto presidenziale di concessione in sostituzione a quello precedente: partito: nel 1° di rosso alla croce bianca; nel 2° alla Vergine vestita di bianco, coronata d’oro e reggente il Bambino di carnagione aureolato pure d’oro.
Lo stemma di Livigno è a tutti gli effetti il nuovo emblema della comunità.
Fin qui la storia raccontata attraverso gli atti depositati presso l’Archivio Centrale dello Stato nella busta 4760.6.
Mi preme a questo punto, non per spirito di polemica, esprimere delle considerazioni che hanno destato perplessità anche alla luce dei documenti presi in mano dal sottoscritto.
Mi chiedo perché Livigno, affidandosi a un membro della Società Storica Valtellinese, non abbia cercato il vecchio stemma, ancora usato fino alla fine del 1800. Il Wappenbuch des Bergell è stato consultato anche da altri comuni viciniori, tra cui Tirano, per trarre notizie sull’origine del proprio stemma. Possibile che anche l’Archivio di Stato di Sondrio, a cui era stata mandata una missiva, non si sia orientato sulla consultazione di questa raccolta settecentesca, ancor di più dopo aver rimediato una figuraccia solenne dopo la concessione di uno stemma che non aveva fondamento storico?
Era possibile ammettere nel proprio scudo l’arma di Bormio, dalla quale città ha fatto di tutto per sottrarsi seguendo gli insegnamenti e protezione dai vicini del Grigioni? Anzi Bormio considerava Livigno come dei sudditi.
La Vergine Maria è stata disegnata in un primo bozzetto, successivamente annullato, con il Gesù Bambino tenente un globo d’oro. Questo è evidenziato anche nella blasonatura del Foppoli sullo stemma di Livigno, presente nel suo libro sugli Stemmi dei Comuni della Valtellina. Tuttavia si deve ricordare che questo Gesù Bambino sia nel bozzetto ufficiale sia nella blasonatura non ha in mano il globo.
Infine, considerazione amara, tutte le persone che si sono occupate dello stemma di Livigno, hanno dimostrato una grande superficialità e poca conoscenza della materia araldica. A parte confondere la sinistra con la destra, che in araldica – è bene saperlo – sono invertite. Inoltre lo smalto “Blu” non esiste, tanto meno il colore “Bianco”, che è possibile che abbia questo colore nelle raffigurazioni, ma in genere, se non in particolarissimi casi, è dato dal metallo argento. Sorprende ancor di più che la croce bormina sia blasonata “bianca” anche nel decreto ufficiale. Possibile che nessuno se ne sia accorto?
Non aggiungo altro a questa mia disamina che spero sia stata esauriente e che mi ha tolto tutti i dubbi sullo stemma livignasco.


