Nosy Be
La giornata di oggi ha previsto l’escursione alla foresta naturale di Lokobé. È stata prevalentemente un’escursione via terra, dalla mattina al pomeriggio. Ho preferito prenotarla con quelli del resort per il semplice fatto che la barca prevista per il trasbordo dal paese al parco fosse a motore e non la piroga. Già mi vedevo Mater pagaiare come una forsennata, e non mi sembrava una cosa assolutamente fattibile.
Dopo colazione arriva il macchinone, un fuoristrada 4×4, enorme, che per salirci dovevi prendere la scaletta. Eravamo completamente pronti alle 8 del mattino. Percorriamo quei 6 km di off roads che separano il villaggio alla Route de l’Est, sì, la tangenziale est di Nosy Be. Ma sistemarla? Non dico di asfaltarla, perché capisco che con le maree e le alluvioni possa essere un problema, ma almeno mettere a posto il ciottolato, livellare la terra. Non si vive solo di scrocco o di pesca. Bisogna costruirselo il proprio futuro. E con i soldi che portiamo noi, altro che risorse! Ma questo discorso lo lascio alla fine.
Al Belvedere, uno dei punti più panoramici, scendiamo dall’auto per alcune fotografie. Giuro eravamo in mezzo alla foresta, in cinque minuti alcuni bambini, ci hanno circondato. Mi guardavo aPeccato non avessimo preso con noi le caramelle. Davvero.
Proseguiamo verso sud, oltrepassiamo l’aeroporto, sulla cui pista non c’erano aerei, e poco prima di Hell Ville, tagliamo a sinistra, portandoci verso la costa orientale. La strada per i primi due chilometri era asfaltata, poi di nuovo è diventata un tratturo. Arriviamo al paese di Ambatozavavy, un centro strutturato, con qualche casa in cemento, un municipio e una miriade di piroghe ormeggiate nella baia.
Aspettiamo un po’ prima che arrivi la nostra imbarcazione. Ne approfitto per passeggiare lungo la via principale. I bambinetti fanno colazione con le ciotole piene di riso in ammollo nell’acqua, i cani vagolano alla ricerca di cibo nei rifiuti. I ragazzotti aspettano i turisti, pronti a traghettarli al parco, con la piroga. Le donne fanno la spesa, i ristorantini, strutture fatiscenti in paglia, hanno i termos disposti sui tavolini. I pescatori raccolgono la rete da pesca.
È tutto un continuo movimento, non ci sono auto, le galline razzolano in giro.
Una volta arrivata la barca ci incamminiamo, prendendo il largo nella baia. Da lontano il paesotto è così affascinante. Le barche a vela fluttuano tra cielo e mare. Quelle più modeste hanno la vela sgarruppata, ritagliata alla ben e meglio, rattoppata in diversi punti.
Vediamo sottocosta le piroghe, i turisti stremati e le guide pagaiano, ci chiedono un passaggio, ma noi siamo arrivati. Il solito trasbordo dalla barca alla spiaggia. Mater viene accompagnata come la madonna vergine di Siracusa nelle loro processioni. Arriviamo al Coin Sauvage, l’Angolo Selvaggio. E veniamo accolti da Teresa, la proprietaria. Una donnona gentilissima toscana che con suo marito è qui in Madagascar da più di un lustro. Da dieci anni, ora sono sulla settantina, hanno questa attività a Nosy Be, tra l’altro in un posto fuori dal mondo, dove non ci sono strade, nemmeno tratturi. Mater e Teresa si abbracciano, iniziano a parlare come se si conoscessero da una vita, parlano delle proprie esperienze. Giriamo per il resort, un posto idilliaco, dei bungalow con tutte le comodità europee in un contesto africano. Il giardino è immacolato, tenuto con cura maniacale. Fiori e piante grasse da tutte le parti.
Dopo i convenevoli, partiamo per la foresta. In realtà è un tragittino di poco meno un chilometro. Ci avevano paventato chissà quali pericoli, quali avventure. Ci avevano detto di mettere i pantaloni lunghi, di indossare le scarpe di ginnastica, di ungersi di olio per le zanzare. Insomma un percorso alla Indiana Jones. Alla fine ci siamo solo messi le scarpe chiuse e basta. Era un percorso per lo più in piano, lievi pendenze ma nulla di tragico. Sembrava tutto addomesticato in quel posto, la foresta versa incombeva alle nostre spalle. Incontriamo una coppia di lemuri, a cui diamo dei tocchi di banana. Alcuni camaleonti e dei serpenti. Io non vedevo niente, visto che erano mimetizzati nella natura. Ma con tanta pazienza, le guide mi indicavano i punti precisi dove guardare. Ho pure accarezzato le squame di un boa.
Sono arrivato alla cascatella, va bene, io pensavo a quelle Vittoria o a quelle del Niagara, invece era solo uno sputino. Ci siamo raccolti attorno al bacinetto per riposarci e poco dopo mezz’ora abbiamo ripreso la via del ritorno. Le guide ci marcavano stretti, guai se l’ippopotamo rovinasse giù. Madre Teresa era già pronta per il pranzo, ci ha apparecchiato un tavolo proprio davanti alla baia. Pane giallo alla curcuma cucinato nel loro forno, insalatina malgascia, un pescione, forse un barracuda e riso bianco. Come dessert il salame dolce, tipico del Madagascar!
A donna Teresa fanno un regalone tutti quelli del suo staff, due torte, di cui una a forma di cuore e l’altra una normalissima torta. È un momento intimo, particolarmente toccante. Si vede che i ragazzi del suo staff le vogliono bene. L’abbracciano, viene coccolata e baci in quantità industriali. Ci offrono la torta. Un canto malgascio e gli auguri in italiano e in francese. Teresa e suo marito si commuovono.
Aspettiamo fino alle 2,30, oziando nel resort, di una tranquillità che ci fa salire mezzo abbiocco. Faccio due passi nella foresta. Prendo un sentierino in salita e mi perdo davvero nella giungla. Sto attento a non allontanarmi troppo. Il silenzio è assoluto, la brezza dolce mi rinfresca, guardo il mare in lontananza, che si è ritirato.
Ripartiamo così una volta tornato al resort. Rientriamo a Ambatozavavy. Purtroppo la bassa marea non ha permesso un attracco a riva. Siamo dovuti scendere e guadare nel fango. Sembrava lo sbarco di Normandia. Mater era sporca, i ragazzi del porto l’hanno lavata con le bottiglie d’acqua.
E siamo ripartiti per il nostro resort, appena in tempo per vedere il tramonto.
