Nosy Be – 2 giorno

Nosy Be

In realtà è stata una giornata di viaggio.
L’aereo è partito da Malpensa più o meno a mezzanotte, decollando dalla pista 35R, per prenderla l’aereo è arrivato fin quasi a Busto. Hanno allungato la pista di rullaggio, passando addirittura sopra i binari del treno.

Comunque il servizio della Ethiopian non è minimamente comparabile con le altre compagnie più blasonate. Lo schermo faceva le bizze, non funzionava il touch screen, c’era odore di cesso prima ancora di partire, i colori delle poltrone erano piuttosto lugubri con quel verdone vomito-bile, e il cibo… lasciamo perdere.

A parte questo, il volo è stato puntuale, veloce. La rotta, seguendo un arco quasi perfetto, a parte sul Sudan dove c’è stata una vistosa deviazione sul
Mar Rosso, non ha riservato particolari deviazioni. Arriviamo ad Addis Abeba con un nebbione, pioggerellina, un freddo incredibile. Per diversi minuti ho temuto che fossimo atterrati nelle Highlands scozzesi.

Ci controllano appena scesi. Mater sbuffa quando le dicono che deve togliersi le scarpe. Se le fa slacciare dalla poliziotta. Una volta superato il metal detector, inizia a tagliare tutte le fila, forte dei suoi 85 anni. Ci sediamo in un bar, dove per la modica cifra di 14 dollari americani, non so quanti Bihirr etiopi, ci danno un caffè orribile, una brioche che faceva veramente schifo, almeno il latte caldo era decente. Dopo tre ore ripartiamo con il Boeing 737 mezzo vuoto per Nosy Be.

Anche per questo viaggio, confermo il giudizio su Ethiopian. Il cibo era peggiore, non c’erano schermi e non ci si poteva nemmeno muovere. Dopo quasi 4 ore atterriamo puntuali, dopo aver sorvolato le isole periferiche delle Seyschelles.

L’isola ci saluta con un sole caldo, giusto un po’ afoso e un venticello profumato. Sulla piazzola dell’aereo, ci fanno compilare un modulo di entrata. O babbi!, non ce lo potevate dare sull’aereo? Almeno potevamo compilarlo con calma. Ma poi eravamo già muniti di visto! A che pro? Mi sono impegnato a riempirli con la peggiore scrittura di cui fossi capace. Fatti loro.

Sulla pista, ci prendono pure la temperatura corporea, con 30 gradi e completamente sudati. Mah! Ci controllano il passaporto, sul quale appiccicano un’etichetta che viene obliterata da un altro agente. A un certo punto quello della Police Nationale (!) si abbassa a livello della fessura del vetro e mi sussurra all’orecchio: Mancia! Lo guardo esterrefatto: Pourquoi? Mi rendo conto di aver alzato la voce. Ma poi gli allungo cinque euri. Lui mi mette la mano sulla mia, e poi io la sfilo la mia.

Sia mai che non ci facciano entrare.

In quei due metri quadri, il vecchio della dogana ci controlla i bagagli. Ci manca poco che infili le mano nelle mutande e nelle magliette. Avete sigarette? No, non fumo. Mi guarda poco convinto. Pensa che stia mentendo. Madre gli dice che faccio il medico. Basta. Ci lasciano passare.

Poi c’è il signore, quello che cerca le valigie sul nastro bagagli, lungo 30 cm, è antipatico come la sabbia nel didietro. Vuole i tagliandi altrimenti non ce li cerca. Controlla scrupolosamente i numeri affinché corrispondano. Afferrate le tre valigie, mi chiede anche lui la mancia.

Non avendo altri cinque euri, gli offro una moneta da 2. Rompe le palle, vuole quelli di carta. Sto per gridare, capisce il mio isterismo e si accontenta della moneta.

Stesso discorso del ragazzetto che spinge il carrello alla navetta. Si appiccica come una patella e ci segue.

‘Sti pezzenti, un miliardo di controlli, come in Italia, e 9 euro di pizzo. Maledetti! Vivono nella merda… cerco di respirare profondamente e di mettermi nel mood di calma… mi lascio avvincere dalla natura superba e rigogliosa dell’isola, ancora primigenia, profumata, superba…