Nosy Be
Dall’aeroporto al villaggio Amarina Beach Resort è stato un percorso catartico, mi ha fatto passare la luna storta per colpa della polizia corrotta. Non mi era mai capitato in tutta la mia vita e nei viaggi, nemmeno in Argentina. Mai avrei pensato che in un luogo così iper-protetto, dove ti chiedono trentamila cose e ti controllano come neanche fossi un narcos, qualcuno possa chiederti la mancia. Ero veramente allibito. E ho scoperto che le quattro persone che erano passate davanti a noi, passando sotto al nastro che delimita le fila, bene, anche quelle, avevano corrotto i poliziotti per passare davanti!
L’isola di Nosy Be ha la forma di un insetto schiacciato, una macchia di Rorschach non intelleggibile, con tante baie e insenature. Piatta come una frittella, e con una montagnucola di poco più di 100 metri, sufficiente però per regalarti una una vista impareggiabile.
Dall’aeroporto a 100 metri, c’è il Grande Raccordo Anulare di Nosy Be. In realtà è una stradina dignitosa ma inframmezzata da lastre di cemento per lo scolo dell’acqua piovana. Al grande cartello della Coca Cola, prendi la tangenziale est e ti porti a nord. Ci sono zebù, galline, persone sedute sulla carreggiata a cui puzza la vita, e il profumo della pianta ylang ylang ti seduce, le palme si susseguono e ti fanno ombra. Per un momento, e non scherzo, mi sembra di essere nel film Madagascar, quando i pinguini si trovano sulla spiaggia. La natura rigogliosa è maestosa, è qualcosa di incomparabile. Stupendo. Guardo il cielo azzurro, i bambini a frotte ci salutano e si avvicinano al van. Ciaooooo. Ci gridano, rincorrono l’auto. Io sporgo la manina benedicente e saluto.
Poi deviamo, e lì la strada è un tratturo, anzi no, un sentiero per un Camel Trophy, facciamo la nostra piccola Parigi Dakar. L’autista è silenzioso, guida con lentezza esasperante, credo conosca anche il minimo sasso. Nei punti più panoramici, si ferma, mi permette di fare le foto. In uno slargo, salta giù, mi prende un fiore giallo di ylang ylang, una stella perfetta e me la fa annusare. È profumatissima. Sono commosso.
Il tragitto prevede di arrivare sostanzialmente alla punta nord dell’isola. Mater incomincia a recitare le litanie. -In che posto mi hai portato?- La ignoro. L’autista la guarda temendo che il suo borbottare fosse rivolto alla sua guida. Le lancio un’occhiataccia, si zittisce e fa l’offesa.
Dopo 10 chilometri di sofferenza delle sospensioni della jeep, arriviamo al villaggio. Completamente isolato, sulla spiaggia, inglobato nella foresta. Uno spettacolo davvero! La sbarra viene aperta e il paradiso si apre davanti a noi. Alla reception ci dicono che se volessimo ascoltare la messa, tra un’ora verrà celebrata in teatro. Mater non la contieni più. È felicissima. Io temevo un percorso nella giungla per trovare una chiesa, invece… Intanto guardo il mare che è calmo e al massimo livello perché è luna nuova.
Alle 18 ci portiamo al teatro. Metà delle persone fa parte dello staff del villaggio, c’è una coppia e noi. La messa in italiano, con canzoni malgasce e francesi. Un buon italiano comprensibile, ma faticoso. Mater è al settimo cielo. Allo scambio della pace, le donne dello staff vengono a prenderci per mano e ci fanno gesticolare in un balletto maldestro. Mi vergogno a morte, ma soprattutto mi sento come se fossi nel ballo del mattone.
Mater saluta il prete, lo saluta. Fa fatica a capirla. Lo aiuto inframmezzando qualche parola di francese. Finalmente soddisfatta, va a mangiare… Tutta emozionata, ammorba i ragazzi del villaggio con la sua verbosità irrefrenabile. – Sai è stata una messa molto bella, mi sono sentita come quando ero in Ghana.- E giù a raccontare di pater, del suo matrimonio e blabla. Sorrisini di circostanza, il prete mi guarda per salvarlo. Io gli sorrido di rimando.
Alle nove è sprofondata in un sonno letargico. Finalmente il silenzio, il frinire delle cicale, le onde del mare che si è ritirato e le stelle che brillano come non mai mi accompagnano in questa notte africana.
