Nosy Be- 4 giorno/bis

Nosy Be

Dai, cerchiamo di metterci a pari con le giornate e sincronizzarci con le foto. Ieri abbiamo deciso di fare la mezza escursione giusto per uscire dal villaggio. Alle 6 del mattino ormai era chiaro e il cielo era già azzurro, mando un whatsapp a Gilberto poco convinto chiedendo se era possibile andare in città.

Sorprendentemente mi risponde poco dopo che sì era possibile l’escursione e che se ero d’accordo, per 30 euro a testa, di trovarci pronti alla seconda sbarra alle 8. Scaravento giù Mater dal letto, mi preparo velocissimamente e mi porto a fare colazione.

Alle 8 in punto ero alla sbarra, un cane docile mi aspettava scodinzolando. La pletora di bambini mi ha accerchiato con il solito entusiasmo: Mariaaaah, Carlo. La Farida ci aspettava bella, solare, con un cappello di paglia a tesa larga, accanto al gabbiotto della polizia.

Baci e abbracci. Mater non era ancora ben sveglia, era abbastanza malmostosa, per una notte un po’ complicata. Ha tenuto il muso per buona parte del tragitto accidentato. Per forza da qui, dobbiamo passare? Manca ancora molto? Mi pesto tutta. Non si poteva non darle ragione, gli scossoni si sentivano tutti, essendo un Piaggio convertito in tuctuc. Le famigliole, mamme e un numero imprecisato di marmocchi erano attorno alle casupole di palma, parzialmente celate dai panni stessi. Al nostro passaggio ci guardavano. Farida ci indicava le piantagioni di ylang ylang, le risaie, le scuole, le fabbriche di produzione dell’olio.

È stato un sollievo arrivare al GRA di Nosy Be, almeno era asfaltato. Abbiamo fatto tutto il periplo dell’isola, la parte orientale, passando dall’aeroporto. C’era un dreamliner blu scintillante della Neos che aveva vomitato i passeggeri di Roma o di Verona. Vederlo lì in mezzo alla pista, circondato dalla vegetazione, faceva impressione.

Continuando verso sud, si iniziavano a vedere le prime case, la prima periferia. L’entropia aumentava esponenzialmente più ci avvicinavamo, così l’inquinamento acustico, i rumori e gli odori. La strada, l’unica, che portava al centro, adesso era invasa da motorette, da carretti trainati da zebù, da bambini e donne con i pargoli. Non c’era un centimetro libero e ti spostavi in sincrono con la massa. I poliziotti avevano un bel da fare per districare la massa lunga arancione di tuc-tuc. Entriamo nei vicoli, passiamo a pochi centimetri dalle bancarelle, l’autista che non aveva ancora aperto bocca e che non ci aveva nemmeno salutati, sbraita, saluta, dà il 5 a persone sconosciute. Il banner dai colori nazionali malgasci e la corona del rosario gli pendevano proprio accanto alla testa.

Ci fermiamo all’unica rotonda, punto nevralgico di tutta Hell City, sui cui convergono le tre strade principali, la tangenziale Est, l’Ovest e il viale Generale de Gaule che portava al porto. Scendiamo con non poca fatica, incastrati come eravamo. Andiamo a vedere il mercato coperto, l’Esselunga di Nosy Be. Un casino inestricabile, bancarelle ammassate. L’igiene insomma la potete immaginare. Mater era un po’ terrorizzata e in parte schifata. I reparti macelleria, offrivano tocchi di carne puzzolentissimi, completamente anneriti e coperti da mosche. Non parliamo della carne trita e del pesce.

Farida ci porta fuori. Andiamo verso il porto, nel centro città, nella propaggine che si getta nel mare. Ha una struttura coloniale, c’è meno casino. Ci sono le istituzioni, la gendarmeria, la prefettura, la camera di commercio e il comune. Non riesco a fotografare niente. L’autista non si interessa di noi. Lui smarmitta e va, senza degnarci di un sorriso o di mezza parola, a differenza di Farida. Al porto non si può entrare. Mah. Così tentiamo di andare sul vialone principale. Ci porta in qualche negozio. Io non capisco i prezzi, non abbiamo valuta malgascia, Mater è incerta. Farida però non è paziente, ci accompagna al tuc-tuc. Riprendiamo la strada. Questa volta facciamo la tangenziale ovest. Almeno vediamo l’altra parte dell’isola. Ci sono molte più case, più attività commerciali, ci sono i supermercati. A Dzamandzar deviamo per il centro cittadino. Ecco un’altra bolgia di mercatini, di puzza, e di merce esposta così alla ben e meglio. Lungo la strada, veniamo fermati dalla gendarmeria per controlli ma ci lasciano passare immediatamente. L’autista a un certo punto si ferma ad un mercatino e compra delle banane. Inizia a parlare. Finalmente sento la sua voce. Immagino la sua conversazione, della serie Ehi Bro! Risaliamo di nuovo fino a nord. Il verde si riprende il suo posto, le baie e le insenature in lontananza ci restituiscono colori incredibili.

Il caldo ci avvolge, la brezza ci accarezza e respiriamo i profumi. Arriviamo al lago, uno dei tre presenti sull’isola. Era un cratere, nessuna casupola. Dall’alto osservo le acque placide del lago. È un luogo sacro, non si possono tagliare alberi, non si può navigare e pescare. Che fortuna, almeno un luogo assolutamente primitivo e rispettato.

Farida compra un blister di pastiglie per il raffreddore di uno dei figli. E ripartiamo. Facciamo l’ultimo pezzo accidentato fino al resort. C’è un comitato di accoglienza che ci saluta. Mancano a momenti gli striscioni. Carlooo, Mariaaaaah. Eccoli la. Ci conoscono meglio Facebook. Farida ci porta al suo negozio, ma la vescica reclama la sua attenzione.

Torno al resort e mi impigrisco sulla poltrona. Poi mi porto all’altra spiaggia, ma rischio di essere avvolto dal filo spinato. Mi viene in soccorso Dimitri, che mi aveva aspettato e mi aveva seguito. Lui era appollaiato sugli scogli e aveva seguito ogni mio passo. Mi conduce sul sentiero che porta alla spiaggia, senza doversi gratinare con i recenti. Arrivo all’altra baia. Dimitri mi snocciola le proposte di escursioni. Eccolo, immaginavo. Mi fa vedere un foglio, mi indica tutte le escursioni, mi dà il suo numero di cellulare. Ci lasciamo con la promessa di fare una gita con lui. Intanto mi fa vedere l’altra baia. È privata, vivono un signore inglese, ha un’abitazione il presidente della repubblica malgascia, l’uomo arancione e c’è pure un resort.

Faccio alcune foto e recupero mia madre, spiaggiata sul lettino della spiaggia.

Alle 3, il biologo-botanico-un so-tutto-io-pieroangela ci accompagna per un giro ispettivo del parco. Mi sento di una profonda ignoranza. Ci fa vedere la vaniglia, il lime, ylang-ylang, l’altro albero con le spine e altre palme e di ciascuna pianta ci dice le caratteristiche e le coltivazioni.

Alle cinque, poco prima del calar del sole, mi lascio in un abbraccio rigenerante con l’oceano e mi lascio in ammollo fino al calar del sole.