Nosy Be – 4 giorno

Nosy Be

Sono indietro di un giorno ma abbiate pazienza. Ieri, soltanto ieri, sono riuscito a far funzionare la mia e-sim dell’Holafly. Non c’era verso che funzionasse, ho chiesto assistenza al sito ma non sono stati capaci di darmi una risposta. Ho fatto due giorni senza internet, e con il solo wi-fi del resort, che però prende in certi punti vicino alla hall, ma devi toccarti la punta del naso, alzare la gamba destra, tirare in dentro la pancia, così forse trovi la tacca perduta del segnale. Che esasperazione! Poi ieri il mio intuito mi ha fatto accendere la lampadina. E la soluzione ce l’avevo lì davanti agli occhi. Basta selezionare la rete 3 g e il gioco funzionava. Felicissimo di poter girare con i bit malgasci a portata di mano, che poi non sono una scheggia ma chi se ne frega… L’importante è essere connessi con il mondo.

Ieri siamo stati sostanzialmente nelle vicinanze del nostro resort. Dovevo ancora capire quali escursioni, come girano le cose senza farsi rubare gli euro… Ho deciso di andare a vedere la spiaggia privata dietro al promontorio sacro che chiude la visuale della nostra baia. Ma mi sono dovuto arrendere per colpa della recinzione e del filo spinato. Così sono uscito dal villaggio, addentrandomi nella foresta. In realtà volevo arrivare là, dove il sentiero incrociava la strada (!) principale, sì insomma il tratturo.

Nonostante la natura selvaggia, dovevamo passare due sbarre, presso le quali solerti uomini della sicurezza ci chiedevano dove andassimo e che numero di chambre avessimo così da registrarlo in maniera ordinata su un quaderno. Mah!

All’incrocio, ci sono quattro casupole con negozi, donne con una moltitudine di prole che scorrazzava in giro. Dei cani mansueti, una quantità imprecisata di galline. È tutto un “buon giorno, madame”, i bambini ti salutano ma ti chiedono in italiano il nome, la provenienza e l’età. La Maria, in un nanosecondo la chiamavano col suo nome, veniva fagocitata nelle casupole, con donne in pareo. I bambini invece mi ronzavano attorno. Mi guardavano, mi toccavano. Carlo, ero per loro semplicemente Carlo, che faceva assonanza con caldo. E non riuscivano a capire bene se facesse caldo o se fossi carlo, oppure il contrario. Mater non riesco a seguirla con questi piccolini.

Apro lo zaino e prendo un pacchetto di bon-bon, caramelle. Apriti cielo! Si riunisce una folla di picciriddi che in silenzio e con reverenza mi allungano il palmo della mano sul quale appoggio la caramella. Sembra che stiano per ricevere la comunione. Non finiscono più, sono una trentina. Anche il cane mi guarda e mi alza la zampa. Giuro. Sono sconcertato.

Finito il pacchetto, inizia il chiacchericcio, cominciano a correre come forsennati, alzando la polvere. “Carlo, Maria”, ci girano attorno. Intanto Mater non so quanti euri si è fatta spillare. Devo stare attento perché saranno anche teneri ma di certo non ingenui.

Abortisco il piano di proseguire sulla strada. Sarebbe stato uno strazio tra bambini e donne che ti prendevano per farti comprare la loro paccottiglia. Batto in ritirata. Devo raggiungere la sbarra e sono salvo. Il poliziotto mi guarda come a dire, li avete viziati? Ora sono problemi vostri.

I ragazzi hanno timore della guardia ma ci seguono in lontananza, passando dalla boscaglia. Sento il loro vociare, il calpestio dei rami. Sbucano da un sentiero laterale. Maria, Carlo. Questa volta proseguiamo dritto. Mancano pochi metri alla sbarra del resort, oltrepassata la quale siamo finalmente salvi.

Il silenzio, il paradiso, l’esplosione dei fiori e del verde. Rimango estasiato dal cielo azzurro, dalla natura rigogliosa che più di così non si può. Penso al nostro verde urbano, a quanta poca cura e interesse abbiamo. Se penso alla strage di alberi tagliati. Qui respiri a pieni polmoni la fragranza odorosa della vaniglia, dell’ylang ylang. Il resto della giornata rimaniamo confinati nel resort.

Mi addentro nella baia. È bassa marea. C’è un costone basaltico che forma un semicerchio. È la caldera di un vulcano spento, e spero che lo rimanga per il resto dei giorni che devo stare in Madagascar. I pescatori trascinano le reti, le donne con un bastone colpiscono il fondale. Rimango a guardare, ma sto attento alla marea che sta risalendo. Non vorrei mai ritrovarmi inghiottito dal mare. Faccio una lunga camminata fino al promontorio sacro, e proprio perché è sacro non possono essere tagliati gli alberi, campeggiare o accendere fuochi. Un posto primordiale, ancestrale, un fathy, un posto tabù, come lo chiamano loro. E quando ormai il mare è arrivato a livello del villaggio, mi concedo un lunghissimo bagno ristoratore e mi lascio commuovere dal tramonto, particolarmente intenso per una piccola nube che oscura il passaggio del sole.