Verso l’Ucraina (IV giorno)

I motori del bestione si sono accesi e ora dovevamo tornare indietro col nostro carico non più di viveri ma di persone in carne e ossa: 20 tra bambini, signore, la nonnina e un ragazzo di 32 anni. Prima di partire, ci siamo portati in un quartiere adiacente l’Expo. Durante il giro di public relation tre ragazze ucraine che non erano nel campo profughi ci hanno chiesto se potevamo portarle in Italia. Erano senza lavoro, senza aeroporto in cui poter atterrare e avevamo paura di tornare in Ucraina.

Ci siamo tenuti distanziati anche se ripettare quella norma fosse così assurdo perché la convivenza forzata di 20 ore non poteva prevedere articoli di legge.

Ci siamo diretti verso ovest, la luce crepuscolare è durata poco. Avevamo davanti a noi solo il cielo buio che ci avrebbe accompagnato per tutta la notte. Abbiamo lasciato Varsavia in fretta, lasciandola alle spalle, immettendoci subito sulla via a scorrimento veloce numero 8. Direzione Lodz, Wroclav e poi la Germania.

Mi guardavo attorno, vedevo gente stanca, e mi sembrava così tutto senza senso. Chi era quella gente di cui ero circondato? Io non la conoscevo nemmeno fino a ieri. Chi era e cercavo di capire. Anzi no, non ci riuscivo. Mi lasciava sgomento che questa gente era con noi, su un pullman di gran turismo in direzione per l’Italia con il futuro azzerato.

Che cosa pensavano? Quali erano i loro pensieri che vagavano e fluttuavano nelle loro teste? Un silenzio tombale aleggiava come una melassa che ci univa, un collante che ci legava nello stesso destino di noi miseruncole vite umane. Ho distribuito tachipirine come se fossi uno stuart – mi mancava soltanto che annunciassi di prepararsi per il take off o le uscite di emergenza. Due ragazzetti erano febbricitanti, una ragazza aveva l’influenza, il santo paracetamolo poteva essere d’aiuto.

La prima sosta era in un autogrill poco dopo Lods. Mi sono fiondato nel Mc Donald’s, non ho invitato nessuno, non ho chiesto a nessuno se qualcuno avrebbe avuto voglia di mangiare un panino. No, avevo bisogno che quella sosta fosse solo mia. E di nessun altro. Ho addentato il panino plasticoso al pollo, o qualcosa del genere. Ho trangugiato il mezzo litrozzo di coca zero. Non avevo mangiato da tutto il giorno e nemmeno bevuto. Ma non me lo sono gustato. Ho fatto una pisciata catartica nel cesso del ristorante e mi sono diretto a malincuore sul pulmann.

Il silenzio era uguale. Io non riuscivo a dormire come all’andata. Alle una di notte ero ancora lì a seguire il nostro percorso su Google Maps fino al confine con la Polonia. Desideravo ardentemente uscire da quello Stato ma sembrava che il paese di J?drzychowice, la nostra Ponte Chiasso polacca, non arrivasse mai. Mi dicevo che se avessi passato quel confine sarebbe finito tutto, che sarebbe svanito ogni cosa. Che le persone si sarebbero dissolte. Invece no, in Germania, sentivo ancora i loro respiri rilassati, anche quello del cane che era esausto. Poco alla volta ho ceduto e ho iniziato a dormicchiare ormai a Dresda. Il percorso da compiere era ancora lungo.

Altre soste ci hanno permesso di espletare i nostri bisogni. La nonnina viaggiava spedita tra l’area di sosta e il parcheggio. Pensare che fino a poco tempo fa era lì su una brandina, senza una speranza.

In Svizzera finalmente ho capito che quelle persone si sono finalmente rilassate. Hanno tirato fuori il cellulare e hanno fotografato le montagnucole tra l’Austria e il San Gallo. Le montagne, ah quelle cose che si innalzano dal basso e svettano nel cielo. Il paese delle meraviglie si svelava ai loro occhi. A me non fregava proprio nulla. Io ero esausto. La pausa pranzo di mezzogiorno (che poi erano le due) era in un autogrill vicino al paese di Heidi. Non sapevano chi fosse.

Ho comprato per 17 franchi, dei coniglietti di cioccolato e dei bastoncini di carne per il cagnolino, volatilizzati poco dopo nelle fauci dei bambini e del cagnolino. E mentre loro erano più tranquilli io, sì, questa volta sono calato in un sonno profondo, mancando completamente la traversata della Svizzera.

L’arrivo ad Alzate Brianza, dopo una sosta dalla Tili per le incombenze sanitarie, è stato trionfale. Discorsi a più non posso, ringraziamenti, baci e abbracci, gli scambi dei contatti di whatsapp, le pizzettine trangugiate. Ecco il nuovo inizio di un futuro incerto, faticoso, ma che era davvero iniziato.

Stremato ho preso la mia auto e mi sono diretto nella certezza della mia casa e ho abbracciato a lungo Jake. Sopravvissuto ad una esperienza allucinante.


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