Watamu 02

Watamu

Per scendere dall’aereo, hanno usato una scaletta di ferro verniciata d’azzurro, completamente arrugginita. Mater è stata accompagnata, aggrappata alle braccia robuste di un assistente aeroportuale. Nessuno ci ha fatto camminare fino all’aeroporto: siamo saliti su un vecchio bus che ci ha portati direttamente alla frontiera. Siamo passati davanti a tutti. La sciura ci ha chiesto la mancia proprio davanti al poliziotto. Ho smollazzato lì un deca. Nessuno ha fatto un plissé, nessuno si è scomposto. Immaginavo di passare il resto dei giorni nelle galere kenyote. Il rumore del timbro ci ha però confermato la nostra libertà e l’approvazione del Kenya per la nostra entrata.

Tempo di fare una lunghissima pisciata nella hall degli arrivi; in aereo, nella mia fila, nessuno si era mosso e la mia prostata stava scoppiando dopo otto ore di volo. Ho ritirato i bagagli e mi sono diretto verso l’uscita. Il tempo era migliorato sensibilmente: un venticello fresco portava la dolce brezza del Kenya.

Ci siamo subito diretti verso la tangenziale di Mombasa, che in realtà era poco più di una stradella periferica, ma ci permetteva di lasciarci alle spalle la città. Il tempo era incerto, alternando scrosci di pioggia a momenti di cielo terso…

La periferia di Mombasa si svelava tra villaggetti di capanne e nuclei cittadini dove la vita si svolgeva lungo la strada. Bestiame e caprette convivevano con tuk tuk, auto con stereo a palla e autoarticolati. Ovviamente tutti al centro della carreggiata. Una circolazione stradale priva di regole stradali. Per non preoccuparmi, guardavo le palme, la vegetazione, tutto sommato ancora rigogliosa, cercando di non guardare la strada.

Il viaggio è durato due ore e mezza ma la mia schiena giura che sia passato ancora più tempo. Già.

Il villaggio si trova direttamente sulla costa, ma la rete viaria era ancor più problematica. Non sapevo bene cosa aspettarmi in quelle risacche tra curve, buche e dossi. Tutto sembrava così sottotono, ma andava bene. Dietro la cancellata c’era il paradiso: un’esplosione di fiori, ruscelletti e palme altissime. Il mare in fondo era proprio in fondo. La bassa marea lasciava ampi spazi di sabbia e alghe.

Isolotti di sabbia bianchissima emergevano tra le pozze d’acqua di mare stagnante. Il ventaccio freddo spazzava via il calore del sole e l’umidità. L’aria era così buona e dolce che la respiravo a pieni polmoni.

Ho aspettato il cambio della marea, lentamente ma con decisione, il mare si spingeva fino alla costa dove i beach boys in camicia bianca ti seguivano in modo compulsivo e ossessivo. Avevano un trigger di gentilezza basso. Se non rispondevi o non prestavi attenzione, e soprattutto se non sganciavi il grano, diventavano petulanti e sulla difensiva.

Io volevo dare delle rispostacce, ma mi trattenevo. Tipo: siete qui, cosa ci vuole a tenere pulita una spiaggia di un paio di chilometri? Lasciamo perdere le alghe, ma tutta la spazzatura gettata, la plastica, la fogna gettata ovunque. Altro che Sardegna 2, non la immaginate proprio la Sardegna. Su, forza, tirate su le maniche, voi scansafatiche, che piuttosto che portare avanti una seria consapevolezza per un futuro brillante e prospero, siete qui ad accattonare, allungare le mani. Uno di loro, dopo che gli ho rifiutato una foto, ha osato dirmi che era perché era troppo nero.

Ma che discorsi! No, perché mi stai sulle palle, perché sei un fancazzista, perché potreste vivere di rendita con il petrolio, il turismo, invece no… Gli avrei tirato ben volentieri un calcio nel di dietro. Abbiamo anche noi una dignità e non siamo solo dei bancomat. Già siete riusciti a far scappare i turisti a nord, sono rimasti pochi italiani solo a Watamu. Malindi è una città off-limits per chiunque, di giorno e di notte e se la vuoi vedere giusto per cinque minuti in pieno giorno altrimenti chissà cosa rischi.

Mi sono rifugiato al villaggio esasperato. Ho aspettato che la marea mi portasse il mare fino a lì. Ho atteso che diventasse buio e ho respirato ancora l’aria fredda, neanche fossimo in Norvegia…