Federico


Non è propriamente un amico ma sicuramente lo è stato in quel mese in cui abbiamo vissuto forzatamente assieme; per scelta, sia chiaro.

Federico è intelligente, ha una crapa impressionante. Ha fatto lo stesso mio liceo: il mitico Arcivescovile di Tradate. Poi, ha iniziato a studiare veterinaria.

È del mio stesso paese d’orgine, di Limido Comasco. Lui faceva parte delle brutte compagnie del paesello, ma nonostante ciò lo vedevo spesso.

Che non fossimo diventati amici era per due motivi essenziali.

Lui era brutto, ma proprio tanto: naso aquilino, capelli lunghi, faccia persa. Non mi attirava di certo per il suo aspetto fisico; tuttavia la passione comune per gli animali, per le scienze mediche e per la scrittura ci fece avvicinare.

Poi, piccolo particolare, lui era un drogato, pesantemente drogato: eroinomane. Ecco il secondo motivo per cui il nostro avvicinamento non divenne mai amicizia.

Ma…

Era solito passare sei mesi a Calcutta, la patria di Madre Teresa, la “Città della gioia”, descritta in modo mirabile nel libro di Dominique Lapierre, e gli altri sei si arrangiava a guadagnare dei soldi facendo il muratore.

Dicevo: il mese di convivenza amicale fu il dicembre del 1991. Io avrei dovuto fare un’esperienza a Youndé in Cameroun come volontario ma per diversi motivi quell’occasione sfumò. Così per caso, incontrando Fede, avevo accettato la sua proposta di andare a Calcutta.

Il giorno in cui facemmo il biglietto al CTS di Porta Nuova a Milano, avrei dovuto capire da subito a quale esperienza sarei andato incontro ma l’entusiasmo e la gioia di partire, tipico dell’incoscienza giovanile, oscurarno la ragione. Voli per Calcutta non ce ne erano, rimaneva Bangkok. Per me andava assolutamente bene perché erano le mie vacanze e un posto valeva come un altro.

Io sarei tornato dopo un mese e lui avrebbe proseguito per l’India, a svernare nella megalopoli. Si era fatto fare un biglietto fasullo che attestasse l’arrivo in India, così da ottenere il visto al consolato. E già lì dovevano risuonare in me gli allarmi di pericolo ma ero così felice con il mio biglietto aereo – vero – dell’Aeroflot, pagato una miseria.

Infatti, per arrivare in Thailandia, era necessario fare una caterva di scali. Partire da Pisa, (Pisa!, ma vi rendete conto?) Poi da Sheremetevo, dopo uno stopover, si riprendeva alla volta dell’Uzbekistan, fermandosi in una saletta dell’aeroporto di Taskent. Da lì si volava per Carachi in Pakistan. Fortunatamente non dovevamo scendere dall’aereo. Lo Yulscin 86 procedeva successivamente per New Delhi, dove avrei potuto finalmente sgranchirmi le gambe all’Indira Ghandhi Airport.

L’ultima tratta prevedeva l’arrivo al vecchio Dom Muang di Bangkok.

Erano le due del pomeriggio, dopo essere transitato da 6 aeroporti; ero passato dall’inverno glaciale di Mosca al caldo torrido di Bangkok. Stizzito il poliziotto alla dogana mi corresse immediatamente dopo averlo salutato con un formale “Good morning”. Mi disse con una voce nasale: “It’s not mornig, it’s afternoon”. Lo guardai basito ma non ebbi la forza di replicare.

Appena fuori dall’area controlli, ho cercato con ansia Federico. Lui era partito una settimna prima, io quella succesiva perché dovevo dare fisiologia. Ovviamente ero uscito dal cancello sbagliato. Ci fu un momento in cui il terrore prese il sopravvento, dopo aver realizzato di trovavarmi a Bangkok da solo, senza di lui.

Il panico puro mi si disegnò sul volto. Poi, girato l’angolo, per fortuna c’era il mio presunto amico, nella più classica iconografia del drugaà maledetto: giacchetta in pelle smanicata, torso nudo, una quantità di catenine e capell lunghi come quelli di un gesùcristo.

Saliti su un taxi scancagnato, che cadeva letteralmente a pezzi, iniziò la nostra avventura in quello Stato. Il taxi ci vomitò nella Kao Sarn, una specie di Portobello Road, una sorta di Leoncavallo all’aperto. La Uan Porn, impiegata di un ufficio turistico, ci accolse con un bellissimo sorriso, facendoci telefonare a casa, con lei seduta sulle mie ginocchia. Era felice, come lo era Fede. Tutti erano felici a Bangkok.

Da bravo turista, ogni mattina cercavo di svegliare Fede e con la cartina in mano gli indicavo i luoghi che avremmo visitato solo se si fosse alzato. Ma da parte sua ricevevo solo dei grugniti così affrontavo da solo la città immensa. Ci riunivamo alla sera all’ostello. In due occasioni Fede cadde stremato in overdose in mezzo alla strada. Lo caricai a forza sul taxi e al pronto si svegliava come se niente fosse successo. Uscivamo dall’ospedale pronti per un’altra sera. In una di queste, andammo al quartiere a luci rosse, Patpong, dove venivamo subito edotti dalla prestazioni sessuali, scritte in italiano, su una specie di menu. Ricordo due voci in particolare: figa togli tappi e figa taglia banane. Giuro, c’erano proprio queste parole.

Ecco, lascio a voi immaginare il grado di perversione di quei luoghi.

Per una settimana riuscimmo ad andare a Koh Pah Ngan, un’isoletta al largo di Surathani, capoluogo ragigunto dopo aver viaggiato tutta la notte su un pulmann. Quel periodo di silenzio, in mezzo alla natura, lo ricorderò come uno tra i più spensierati della mia vita. In un bungalow-palaffitta passavamo le nostre giornate, in compagnia delle due zoccole tedesche, almeno simpatiche, il pusher negro californiano e la fricchettona ultrasettantenne che faceva yoga completamente nuda sulla spiaggia.

Un giorno Fede mi disse che nel pomeriggio saremmo andati a fare la spesa dall’altra parte dell’isola. La mia ingenuità mi fece capire, soltanto sulla barchetta a remi, piena di avanzi di galera, che tipo di spesa avremmo fatto.

Piccolo particolare che avrei potuto cogliere al volo, ma evidentemente la mia stupidità non mi laciava pensare ad altro. Però, almeno sull’isola, sono riuscito a portare Fede in giro, in particolare al centro dove c’era la cascatella e la foresta pluviale era rigogliosa. E per la prima volta l’ho visto spensierato e tranquillo. Anzi, una sera, durante lo spettacolo del combattimento dei polli, rideva di gusto.

Il viaggio in Thailandia proseguì a nord a Chiang Mai, un paesottino non tanto grande, di cui ricordo la cinta muraria, il fossato e l’incessante rullo di tamburi. Un giorno, sempre spinto dal mio spirito turistico, costrinsi Fede a venire con me alla visita di un tempio buddista: ero convinto che fosse un’occasione da non perdere. Armato di cartina, ci dirigemmo verso la collina. A un certo punto decisi di tagliare la strada principale passando da un presunto sentiero che mi era apparso tra due tornanti… ovviamente riuscimmo a perderci in mezzo alla jungla.

Mi sentii gli improperi di Fede. Ma ero contento della sua vitalità. Tornati sui nostri passi, e dopo aver preso a questo punto un taxi, riuscimmo finalmente a vedere questo spettacolare tempio.

Federico mi lasciò pochi giorni dopo da quelle parti. Si era messo in contatto con la mafia locale, in particolare con uno scagnozzo che si faceva ritrarre su una cadillac verde, che lo avrebbe accompagnato al confine con il Bangladesh. Da lì Federico avrebbe proseguito per Calcutta. Ai tempi era assolutamente vietato passare da quelle parti, i confini erano sigillati, io ero preoccupato per lui. Ero tentato di impedirgli il viaggio ma Federico mi salutò con un semplice sorriso pieno di denti marci.

E per un momento in quella giornata mi sentii da solo. Non so, ma avrei accompagnato ben volentieri Federico a Calcutta. Tanto ormai in quell’inferno, cosa mi sarebbe mai potuto capitare?

Invece tornai a Bangkok in tempo per festeggiare il compleanno del Re…