Antigua (VIII giorno)

L’ultimo giorno qui ad Antigua è stato easy dal punto di vista di escursioni. Non altrettanto per gli impegni istituzionali di Mater, la quale doveva assolutamente comprare i ricordini. Io di voglia meno zero ma mi sono sentito in dovere di starle vicino perché dovevo tradurre dall’inglese e fare il doppio cambio dagli usdollars in easterncaribbeandollars e in euro. I furbastri degli Antiguani vogliono solo moneta sonante, pesante, inflazionabile. Per i turisti dunque sono prezzi in dollari americani. Loro tranquillamente usano i dollari caraibici orientali.

La cosa mi fa inviperire, ma dovevo stare dietro a Mater la quale ha passato in rassegna tutta la paccottiglia in vendita e io rassegnato. Dopo due ore in un negozietto non più di 40 metri quadri, io ero completamente sclerato. Ma non solo io, anche la commessa.

Dopo di che con l’auto abbiamo puntato verso nord. Ho affrontato la capitale da alcune stradine non ufficiali e mi sono ritrovato come Bruce Springsteen nel video Street of Philadelphia. Tutti che ti guardavano malissimo. Come si permetteva uno con la targa marchiata con la lettera R (rented) passare dagli slum di San Giovanni?

Io ho tirato dritto, evitando fogne a cielo aperto, cani randagi, bambinetti scalmanati, spacciatori, rasta in perenne stato confusionale. Ho passato la città da sud a nord con coraggio, a testa alta e senza bisogno di un carrarmato.

Ho trovato la Dikenson bay, parcheggiando in evidente divieto di sosta, quasi in mezzo la strada. Lo possono fare gli Antiguani, perché non io?

Devo dire che la prodezza, dapprima quella di attraversare la capitale e poi quella di parcheggiare, è servita a farmi arrivare ad una spiaggia bellissima. Mi è sembrata un po’ Rimini per i numerosi ombrelloni, ma il mare turchese, la spiaggia ampia, piatta, di sabbia sottile come il borotalco, senza un sasso o un’alga era un’attrattiva alla quale non potevi resistere.

A dire il vero io volevo vedere la cabina del telefono, quella inglese, rossa, raffigurata su tutti i dépliant turistici. E non sono rimasto deluso. Quei due centimetri erano un incanto. Il mare, il cielo, il rosso, le due palme disposte a cornice, limitando il paesaggio. Sono rimasto lì ad abbrustolirmi e a lessare per bene in quel mare placido.

Alle due, Mater aveva la sfregola di tornare in albergo, doveva preparare la valigia, doveva sistemare tutto. Per cui era completamente indisposta quando ho cercato, in un tentativo disperato, di imboccare una stradina interna che sicuramente mi avrebbe portato su in montagna. Ha iniziato a carognare come un mulo che alla fine l’ho piantata in albergo, facendole bere pina-colada come se non ci fosse un domani. Magari ciòca sarebbe stata più sopportabile. Invece no, doveva spendere gli ultimi dollari caraibici e mi ha fatto vedere tutte le bancarelle con il sole che picchiava sulle nostre zucche. Ma lei impassibile, stoica, mica lo sentiva il caldo. E tutti noi ci chiedevamo come facesse a resistere.

Poi, alla fine è crollata, finalmente, e si è rifugiata in stanza, stinca ed esausta. E io ho potuto ammirare l’ultimo tramonto senza ansia, easy, gustandomelo minuto dopo minuto.


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