Guadeloupe – 1° giorno

Beh, immaginatevi i Caraibi con tanto sole, caldo asfissiante, afa che ti attanaglia fin dentro la gola.

Niente di tutto questo

Andiamo con ordine.

Già a Parigi avevamo trovato un tempo grigino amorfo, lo stesso che avremmo trovato alle Antille Francesi. Secondo me, il fatto che la Gadueloupe è un Territorio d’Oltremare francese ti garantisce automaticamente lo stesso tempo della patria madre.

Il tragitto da Roissy ad Orly è stato massacrante. C’era un “panne” (un incidentino, cosa saranno mai tre chilometri) appena entrati nella tangenziale est, sì, quella tra il Decathlon di Montreuil e Marne de La Vallee, così abbiamo fatto una fila interminabile.

Già il fatto che ti devi premunire di un biglietto a terra per il bus navetta, anche se gratuito, ti dà garanzia quanto i francesi in fatto di burocrazia non li batta proprio nessuno.

Arrivati trafelati nella hall 3 dell’altro aeroporto, più che altro poco più che uno sgabuzzino per le scope, ci siamo trovati davanti al gate 31, tutti lì belli ammassati come sardine tra bambini vocianti e madri con altrettanto timbro di voce per richiamarli all’ordine. Per fortuna che siamo stati giusto il tempo per farci rubare 18 euro per due panini (pardon, ciabatte allo jambon e al poulet) e due bottigliette di acqua -ah la grandeur della Francia! Poco dopo per fortuna, siamo stati fagocitati dal b-777 con un processo lento ed esasperante.

Ovviamente, tutti i viaggiatori erano intenti a porre nelle cappelliere poste sulle loro teste giusto quel piccolo container di due tonnellate, registrato come bagaglio a mano. Ma vuoi mettere?

Nonostante tutto, il viaggio, tra qualche pianto isterico di creoli impazziti per la lunga permanenza nella fusoliera dell’aereo, è andato bene. Carlo si è abbioccato come un sasso e non si è svegliato se non alla fine. Tanto, le hostess erano tutte belle stagionate come certi formaggi francesi e a lui era passato l’appetito.

La cosa tragica però è stato l’arrivo. Per ben tre volte abbiamo cercato di atterrare. Non appena sfiorata la pista, il muso del b-777 puntava verso il diluvio e si innalzava velocemente. Dopo di che il comandante decideva che sarebbe stata cosa buona e giusta atterrare a Martinica: primo perché neanche nelle migliori intenzioni di uno Schettino di lunga data sarebbe riuscito a portare giù il bestione e secondo perché il carburante stava miseramente finendo.

Così arriviamo in fretta e furia a Fort de France, dopo 20′ minuti di volo, con un atterraggio spettacolare e velocissimo, solamente perché il comandante doveva far vedere che aveva le palle e che mica, di certo, poteva considerarsi un pivellino, ma molto più prosaicamente perché credo che non avesse più un goccio di benzina nel serbatoio (va bene, non sarà la verde 95). È spanciato giù, sin mezzo alla pista, azionando tutti i freni possibili, facendo sì che qualcuno si ritrovasse con la dentiera in gola.

Io già speravo di scendere e sgranchirmi le gambe anche perché il venticello che si percepiva dai finestrini, lo sbirlucicchio delle acque della baia erano davvero irresistibili.

Invece, in silenzio, siamo rimasti lì a guardarci gli spezzoni degli ultimi video delle migliori hit francesi. Le hostess, va beh, si erano magicamente spolverizzate e alcune ragazze riempivano i sacchetti di vomito per la gioia dei rispettivi morosi.

Poi, dopo un’ora di apparente quiete ritorniamo a Pointe-a-Pitre con tutti i crismi di un viaggio collaudatissimo e dopo averci visto di nuovo le istruzioni di volo, neanche fossimo su un aereo dell’airbus 380 e dovessimo atterrare sul fiume Houdson.

E al Club Mevd, scusate se è poco, ci hanno offerto nientepocodimeno un cocktail di bembenuto, a dire il vero piuttosto slavato forse per colpa di tutta la pioggia che è venuta giù e ci hanno salutato come se fossimo dei cerebrolesi pronti ad essere internati al 550.


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