viaggio di nozze

di Cesare Pavese


Ora che, a suon di lividi e di rimorsi, ho compreso quanto sia stolto rifiutare la realtà per le fantasticherie e pretendere di ricevere quando non si ha nulla da offrire; ora, Cilia è morta. Penso talvolta che, rassegnato alla fatica e all’umiltà come adesso vivo, saprei con gioia adattarmi a quel tempo, se tornasse. O forse questa è un’altra delle mie fantasie: ho maltrattato Cilia, quand’ero giovane e nulla doveva inasprirmi, la maltratterei ora per l’amarezza e il disagio della triste coscienza. Per esempio, non mi sono ancora chiarito in tutti questi anni, se le volessi davvero bene. Ora certamente la rimpiango e ritrovo in fondo ai miei più raccolti pensieri; non passa giorno che non rifrughi dolorosamente nei miei ricordi di quei due anni; e mi disprezzo di averla lasciata morire, soffrendo più sulla mia solitudine che sulla sua giovinezza; ma – quello che conta – le ho voluto davvero bene, allora? Non certo quel bene sereno e cosciente, che si deve a una moglie.

In verità, le dovevo troppe cose, e non sapevo ricambiarla che con un cieco sospettare i suoi motivi. Ed è fortuna che la mia innata leggerezza non sapesse sprofondarsi nemmeno in quest’acquaccia, contentandomi io allora di un’istintiva diffidenza e rifiutando corpo e peso a certi pensieri sordidi, che, accolti in fondo all’anima, me l’avrebbero avvelenata del tutto. Comunque, mi chiedevo qualche volta: «E perché Cilia mi ha sposato?». Non so se fosse la coscienza di un mio valore riposto, o di una profonda inettitudine, a propormi la domanda: fatto sta che almanaccavo.

Che Cilia mi avesse sposato, e non io lei, non c’era dubbi Quelle sere di abbattimento trascorse in sua compagnia a passeggiare senza pace per ogni strada, stringendola al braccio, fingendo disinvoltura, proponendo per scherzo di saltare insieme nel fiume – io non davo a questi pensieri molto peso, perché c’ero abituato – la stravolsero e la intenerirono, tanto che mi volle offrire, dal suo stipendio di commessa, una sommetta per sostenermi nella ricerca di un miglior lavoro. Io non volli i denari ma le dissi che trovarmi con lei alla sera, se anche non si andava in nessun posto, mi bastava. Fu così che scivolammo. Cominciò a dirmi con molta dolcezza che a me mancava una compagnia degna, con cui vivere. E che giravo troppo per le strade e che una moglie innamorata avrebbe saputo aggiustarmi una casetta ta1e che, solo a entrarci, sarei tornato gaio, non importa quanto stanco o disgustato mi avesse ridotto la giornata. Tentai di rispondere che nemmeno da solo riuscivo troppo a tirare avanti ma sentivo io stesso che non era questo un argomento. «In due ci si aiuta» disse Cilia «e si risparmia. Basta volersi un po’ di bene, Giorgio.» Io ero stanco e avvilito, in quelle sere, Cilia era cara e seria, col bel soprabito fatto dalle sue mani e la borsetta screpolata: perché non darle quella gioia? Quale donna più adatta per me? Conosceva il lavoro, conosceva le privazioni, era orfana d’operai; non le mancava uno spirito pronto e grave – più del mio, ne ero certo.

Le dissi divertito che se mi accettava così brusco e scioperato com’ero, la sposavo. Ero contento, sollevato dal calore della buona azione e dal coraggio che mi scoprivo. Dissi a Cilia: «T’insegnerò il francese». Lei mi rispose ridendo negli occhi umili e aggrappandosi al mio braccio.

2

A quei tempi mi credevo sincero e misi ancora in guardia Cilia dalla mia povertà. L’avvertii che guadagnavo appena da finire le giornate e non sapevo ciò che fosse uno stipendio. Quel collegio dove insegnavo il francese mi pagava a ore. Un giorno le dissi che, se intendeva farsi una posizione, doveva cercare un altro. Cilia imbronciata mi offrì di continuare a far la commessa. «Sai bene che non voglio» borbottai. Così disposti, ci sposammo.

La mia vita non mutò sensibilmente. Già nel passato Cilia era venuta certe sere a star con me nella mia stanza. L’amore non fu una novità. Prendemmo due camere ingombre di mobilio; quella da letto aveva una chiara finestra, dove accostammo il tavolino coi miei libri.

Cilia sì, divenne un’altra. Avevo temuto, per mio conto, che una volta sposata le desse fuori una volgare sciatteria che immaginavo essere stata di sua madre, e invece la trovai più attenta e fine anche di me. Sempre ravviata, sempre in ordine; persino la povera tavola, che mi preparava in cucina, aveva la cordialità e la cura di quelle mani e di quel sorriso. Il suo sorriso, appunto, s’era trasfigurato. Non era più quello, fra timido e malizioso, della commessa che fa una scappata, ma il trepidante affiorare di un’intima contentezza, pacato e sollecito insieme, serio sulla magra giovinezza del viso. lo provavo un’ombra di risentimento a quel segno di una gioia che non sempre dividevo.

«Lei mi ha sposato e se la gode» pensavo.

Solo al mattino risvegliandomi, il mio cuore era sereno. Volgevo il capo accanto al suo, nel tepore, e mi accostavo a lei distesa, che dormiva o fingeva, e le soffiavo nei capelli. Cilia, ridendo insonnolita, mi abbracciava. Un tempo invece i miei risvegli solitari mi gelavano e lasciavano avvilito a fissare il barlume dell’alba.

Cilia mi amava. Una volta in piedi, per lei cominciava un’altra gioia: muoversi, apparecchiare, spalancare finestre; guardarmi di sottecchi. Se mi mettevo al tavolino, mi girava intorno cauta per non disturbare; se stavo per uscire, mi seguiva con lo sguardo fino all’uscio. Ai miei ritorni, saltava in piedi pronta.

C’eran giorni che non tornavo a casa volentieri. Mi urtava pensare che l’avrei inevitabilmente trovata in attesa, – benché sapesse magari fingere disinteresse, – che mi sarei seduto accanto a lei, che le avrei detto su per giù le stesse cose, o magari nulla, e ci saremmo guardati a disagio, e sorriso, e così l’indomani, e così sempre. Bastava un po’ di nebbia o un sole grigio per piegarmi a quei pensieri. O invece era una limpida giornata d’aria chiara o un incendio di sole sui tetti o un profumo nel vento, che mi avvolgeva e mi rapiva, e indugiavo per strada, riluttante all’idea di non essere più solo e non potere gironzolare fino a notte e mangiucchiare all’osteria in fondo a un corso. Solitario com’ero sempre stato, mi pareva di far molto a non tradire.

Cilia, attendendomi in casa, s’era messa a rammendare e guadagnava qualcosa. Il lavoro glielo dava una vicina, certa Amalia trentenne, che c’invitò una volta a pranzo. Costei viveva sola, sotto di noi; prese a poco a poco l’abitudine di salire da Cilia col lavoro, e passavano insieme il pomeriggio. Aveva il viso devastato da una scottatura orribile, che s’era fatta da bambina, tirandosi in testa una pentola bollente; e due occhi tristi e timidi, pieni di voglie, che si torcevano sotto gli sguardi, come a scusare con la loro umiltà la distorsione dei lineamenti. Era una buona ragazza; dissi a Cilia che mi pareva la sua sorella maggiore e scherzai e le chiesi se, abbandonandola io un bel giorno, sarebbe andata a star con lei. Cilia mi concesse di tradirla, se volevo, con Amalia, diversamente guai al mondo. Amalia mi chiamava signore e intimidiva in mia presenza, cosa che dava un’allegrezza folle a Cilia e lusingava me un tantino.

3

Quello scarso bagaglio di studi, che ha in me malamente sostituito la pratica di un mestiere e sta alla radice di tante mie storture e male azioni, poteva riuscire un buon mezzo di comunione con Cilia, se soltanto non fosse stata la mia inconsistenza. Cilia era molto sveglia e desiderava di sapere tutto quanto io sapevo, perché volendomi bene, si faceva una colpa di non essere degna di me e nulla che io pensassi si rassegnava a ignorare. E chi sa, se io fossi riuscito a darle questa povera gioia, avrei forse nella tranquilla intimità dell’occupazione comune compreso allora quanto degna fosse lei, e bella e reale la nostra vita, e forse Cilia vivrebbe ancora al mio fianco, con quel sorriso che in due anni le gelai sulle labbra.

Cominciai con entusiasmo, come so fare sempre. La cultura di Cilia eran pochi romanzi a dispense, la cronaca del quotidiano e una dura, precoce esperienza della vita. Che cosa dovevo insegnarle? Lei avrebbe voluto intanto imparare i; francese di cui, chi sa come, qualcosa aveva già messo insieme e che, sola in casa, andava rintracciando sui miei dizionari; ma io aspirai più in alto e pretesi di insegnarle addirittura a leggere, a capire i più bei libri, di cui – mio tesoro – un certo numero avevo sul tavolino. Mi gettai a spiegarle romanzi e poesie, e Cilia fece del suo meglio per seguirmi. Nessuno mi supera nel riconoscere quel che è bello e giusto in una favola, in un pensiero; e nel dirlo con accese parole. Mi sforzavo di farle sentire la freschezza di pagine antiche; la verità di tutti quei sentimenti, sperimentati quando né io né lei eravamo nemmeno al mondo; e quanto la vita sia stata bella e diversa per tanti uomini e tanti tempi. Cilia mi ascoltava attenta e mi faceva domande e sovente m’imbarazzava. Qualche volta, che camminavamo per strada o cenavamo in silenzio, lei usciva con una voce candida a chiedermi conto di certi suoi dubbi; e un giorno che le risposi senza convinzione o con impazienza – non rammento – le scappò da ridere.

Ricordo che il mio primo regalo di marito fu un libro, La figlia del mare . Glielo feci un mese dopo il matrimonio, quando appunto cominciammo le letture. Fino allora né stoviglie né indumenti le avevo comperato, perché eravamo troppo poveri.

Cilia fu molto contenta e foderò il volume, ma non lo lesse mai.

Con le scarse economie andavamo qualche volta al cinematografo e qui davvero Cilia si divertiva. Le piaceva anche perché poteva stringersi al mio fianco e chiedermi ogni tanto spiegazioni, che sapeva capire. Al cinema non volle mai che con noi venisse Amalia, benché questa una sera gliene avesse chiesto il permesso. C’eravamo conosciuti in un cinema, mi spiegava, e in quella beata oscurità noi dovevamo essere soli.

La crescente frequenza di Amalia in casa, e le mie meritate delusioni, mi fecero presto trascurare, e poi smettere, le letture educative. Mi accontentavo ora, quand’ero in vena di cordialità, di scherzare con le due ragazze. Amalia perse un po’ della sua soggezione e una sera, che tornai dal collegio molto tardi e nervoso, giunse a piantarmi in faccia il suo timido sguardo con un lampo di rimprovero sospettoso. Io fui anche più disgustato all’orrenda cicatrice di quel volto; cercai malignamente di rintracciarne i lineamenti distrutti; e dissi a Cilia, quando fummo soli, che magari Amalia da bambina le era somigliata.

«Poveretta,» fece Cilia «spende tutti i soldi che guadagna per farsi guarire. Spera poi di trovare marito.»

«Ma non sanno che cercare un marito, le donne?»

«Io l’ho già trovato» sorrise Cilia.

«E se ti fosse capitato come ad Amalia? » sogghignai. Cilia mi venne vicino. «Non mi vorresti più?» chiese balbettando.

«No.»

«Ma che cos’hai questa sera? Ti dispiace se Amalia viene in casa? Mi dà lavoro e mi aiuta.»

Avevo che quella sera non potevo liberarmi dall’idea che anche Cilia era un’Amalia e tutte e due mi disgustavano e io mi facevo rabbia. Fissavo Cilia con occhi duri e la sua tenerezza offesa m’impietosiva e m’irritava. Avevo visto per la via un marito con due bambini sudici al collo, e dietro una donnetta patita, la moglie. Immaginai Cilia invecchiata, deturpata, e mi sentii serrare in gola.

Fuori c’erano le stelle. Cilia mi guardava silenziosa.

«Vado a spasso» le dissi, con un brutto sorriso; e me ne uscii.

4

Non avevo amici e capivo qualche volta che Cilia era tutta la mia vita. Traversando le strade, ci pensavo e mi dolevo di non guadagnar tanto da pagarle ogni mio debito con gli agi e non più avere a vergognarmi rientrando. Nulla dei nostri guadagni sprecavo – non fumavo neppure – e, orgoglioso di ciò, consideravo almeno i miei pensieri cosa mia. Ma che fare di questi pensieri? Passeggiavo andando a casa, guardavo la gente, mi chiedevo come tanti conquistassero fortuna, e anelavo mutamenti e casi strani.

Mi soffermavo alla stazione studiando il fumo e il trambusto.

Per me la fortuna era sempre l’avventura lontana, la partenza, piroscafo sul mare, l’entrata nel porto esotico col fragore di metalli e di grida, l’eterna fantasticheria. Una sera mi fermai atterrito, comprendendo a un tratto che, se non mi affrettavo fare un viaggio con Cilia giovane e innamorata, una moglie sfiorita e un bambino strillante me l’avrebbero poi per sempre impedito. «E se venissero davvero i soldi» ripensai. «Si fa tutto coi soldi.»

Bisogna meritarla la fortuna, mi dicevo, accettare ogni peso dalla vita. Io mi sono sposato, ma non desidero un figlio. Per questo sono meschino. Che davvero con un figlio debba venire la fortuna?

Vivere sempre assorto in sé è cosa deprimente, perché il cervello abituato al segreto non si perita di uscire in sciocchezze inconfessabili, che mortificano chi le pensa. La mia attitudine agli ombrosi sospetti non aveva altra origine.

Qualche volta fantasticavo i miei sogni anche in letto. Mi coglieva d’improvviso in certe notti senza vento, immobili, il fischio remoto e selvaggio di un treno, e mi faceva trasalire accanto a Cilia, risvegliandomi le smanie.

Un pomeriggio, che passavo avanti alla stazione senza nemmeno fermarmi, mi sbuca innanzi un viso noto e mi grida un saluto. Malagigi: dieci anni che non lo vedevo. Mano in mano, ci fermammo a festeggiarci. Non più laido e maligno, demonio di chiazze d’inchiostro e complotti al cesso. Lo riconobbi in quel suo ghigno.

«Malagigi, ancora vivo?»

«Vivo e ragioniere.» La voce non era più quella. Mi parlava un uomo.

«Parti anche tu?» mi fece subito. «Indovina dove vado.» Raccolse intanto da terra una valigia di pelle, intonata al chiaro impermeabile e all’eleganza della cravatta, e mi prese a braccetto. «Accompagnami al treno. Vado a Genova.»

«Ho fretta.»

«Poi parto per la Cina.»

«No?»

«Tutti così: Non si può andare in Cina. Che cos’avete con la Cina? Invece di farmi gli auguri. Potrei non tornare. Sei anche tu una donna?»

«Ma che mestiere fai?»

«Vado in Cina. Vieni dentro.»

«No, che non posso. Ho fretta.»

«Allora vieni a prendere il caffè. Sei l’ultimo che saluto.» Prendemmo il caffè lì alla stazione, al banco, e Malagigi irrequieto m’informava a scatti dei suoi destini. Lui non era sposato. Lui aveva avuto un bambino bell’e morto. Lui la scuola l’aveva lasciata dopo di me, senza finirla. Aveva pensato a me una volta rifacendo un esame. La sua scuola era stata la lotta per la vita. Tutte le ditte se lo contendevano. E parlava quattro lingue. E lo mandavano in Cina.

Ribattendo sulla fretta che non avevo, urtato e scombattuto, me ne liberai. Giunsi a casa ancor agitato dall’incontro, balzandomi i pensieri in convulsione dall’inaspettato ritorno dell’adolescenza scolorita, all’esaltante impertinenza di quel destino. Non, che invidiassi Malagigi o mi piacesse; ma l’improvvisa sovrapposizione a un ricordo grigio, ch’era stato anche il mio, di quella vivida e assurda realtà, da me malamente intravista, mi tormentava.

La stanza era vuota, perché adesso Cilia scendeva sovente a lavorare dalla vicina. Rimasi un po’ a meditare nel buio velato appena dal barlume azzurrino del fornello a gas, su cui sobbolliva quieta la pentola.

5

Molte sere trascorsi così, solo nella stanza, in attesa, dando volte o buttato sul letto, assorto in quell’altissimo silenzio del vuoto, che la foschia del crepuscolo attutiva a poco a poco e riempiva. I brusii sottostanti o lontani – vocio di ragazzi, fragori, strilli d’uccelli e qualche voce – mi giungevano appena. Cilia s’accorse presto che di lei non mi occupavo rientrando e tendeva il capo, cucendo, dall’alloggetto di Amalia, per sentirmi passare e chiamarmi. Io entravo con indifferenza – se mi sentiva – e dicevo qualcosa e chiesi una volta sul serio ad Amalia perché non saliva più da noi, dove c’era molta luce, e ci obbligava a sloggiare ogni sera. Amalia non disse nulla e Cilia, distogliendo gli occhi, arrossì.

Una notte, per contarle qualcosa, le accennai di Malagigi e la feci ridere beata di quello strambo figuro. Mi lagnai però che lui facesse fortuna e andasse in Cina. «Piacerebbe anche a me,» sospirò Cilia «andassimo in Cina.» Io feci una smorfia. «In fotografia forse, se la mandiamo a Malagigi.»

«E non per noi?» disse. «Giorgio, non abbiamo ancora una fotografia insieme.»

«Soldi sprecati. »

«Facciamoci la fotografia.»

«Ma non dobbiamo mica lasciarci. Stiamo già insieme giorno e notte. A me non piacciono.»

«Siamo sposati e non abbiamo un ricordo. Facciamocene una.»

Non risposi.

«Spenderemo poco. La terrò io.»

«Fattela fare con Amalia.»

L’indomani Cilia, rivolta alla parete, con i capelli sugli occhi, non voleva saperne di guardarmi. Dopo qualche moina mi accorsi che resisteva e saltai dal letto infastidito. Anche Cilia si alzò e, lavatasi la faccia, mi diede il caffè con una calma guardinga, abbassando gli occhi. Me ne andai senza parlare.

Ritornai dopo un’ora. «Quanto c’è sul libretto?» vociai. Cilia mi guardò sorpresa. Era seduta al tavolino con un’aria smarrita. «Non so. L’hai tu. Trecento lire, credo.» «Trecento e quindici e sessanta. Eccole qua.» E piantai sul tavolo il rotolo. «Spendile come vuoi. Facciamo baldoria. È roba tua.»

Cilia si alzò e mi venne incontro.

«Perché fai questo, Giorgio?»

«Perché sono uno stupido. Senti, non ho voglia di parlare. I denari, quando ce n’è pochi, non contano più. Vuoi ancora la fotografia ?»

«Ma, Giorgio, voglio che tu sia contento.»

«Io sono contento.»

«Ti voglio bene, io.»

«Anch’io.» Le presi un braccio, mi sedetti, e me la tirai sulle ginocchia. «Qui la testa, su.» E feci la voce viziata, dell’intimità. Cilia non disse nulla e appoggiava la guancia alla mia. «Quando andiamo?»

«Non importa» bisbigliò.

«Allora senti.» Le presi la nuca e le sorrisi. Cilia, ancor palpitante, mi stringeva alla spalla e volle baciarmi. «Cara. Ragioniamo. Abbiamo trecento lire. Diamo un calcio a ogni cosa e facciamo un viaggetto. Ma subito. Adesso. Se ci pensiamo sopra, ci pentiamo. Non dirlo a nessuno, nemmeno ad Amalia. Stia mo via solo un giorno. Sarà il viaggio di nozze che non abbiamo fatto.»

«Giorgio, perché non l’hai voluto fare allora? Dicevi che era una sciocchezza, allora.»

«Sì, ma questo non è un viaggio di nozze. Vedi, adesso ci conosciamo. Siamo come amici. Nessuno ne sa niente. E poi, ne abbiamo bisogno. Tu, no?»

«Certo, Giorgio, sono contenta. Dove andiamo?»

«Non so, ma si fa presto. Vuoi che andiamo al mare? A Genova?»

6

Ancora sul treno, mostrai una certa preoccupazione, e Cilia, che alla partenza cercava di farmi parlare e mi prendeva la mano e non stava più in sé, trovandomi così ombroso ben presto comprese e si mise a fissare con una smorfia il finestrino. Io guardavo in silenzio nel vuoto e ascoltavo nel corpo il sussulto, in cadenza, di ruote e rotaie. C’era gente nel vagone, cui badavo appena; al mio fianco scappavano prati e colline; dirimpetto anche Cilia, piegata sul vetro, pareva ascoltasse qualcosa, ma a tratti con occhi fugaci tentava un sorriso. Mi spiò così a lungo.

Arrivati ch’era notte, trovammo riparo in un grosso albergo silenzioso, nascosto tra gli alberi di un viale deserto. Ma prima salimmo e scendemmo in un’eternità di ricerche tortuose. Faceva un tempo grigio e fresco, che invogliava a passeggiare naso all’aria. Mi stava invece appesa al braccio Cilia stanca morta e fui ben sollevato di trovare da sederci. Tante strade abbaglianti avevamo girato, tanti vicoli bui, col cuore in gola, senza mai giungere al mare, e la gente non badava a noi. Sembravamo una coppia a passeggio, non fosse stata la tendenza a uscir dal marciapiedi e gli sguardi affannati di Cilia ai passanti e alle case.

Quell’albergo faceva per noi: nessuna eleganza, un giovanotto ossuto mangiava a maniche rimboccate a un tavolino bianco. Ci accolse una donna alta e fiera, con un vezzo di coralli sul seno. Fui lieto di sedermi perché, comunque, girare con Cilia non mi lasciava assorbirmi in ciò che vedevo e in me stesso. Preoccupato e impacciato, dovevo pure tenerla al fianco e risponderle almeno coi gesti. Ora, io volevo – volevo – contemplare, conoscere in me solo, la città sconosciuta; c’ero venuto apposta.

Attesi sotto, trepidante, a ordinare la cena, senza salire nemmeno a vedere la camera e discutere anch’io. Quel giovanotto mi attirava, baffi rossicci, sguardo annebbiato e solitario. Sull’avambraccio doveva avere, scolorito, un tatuaggio. Se ne andò raccogliendo una rattoppata giacchetta turchina.

Cenammo ch’era mezzanotte. Cilia al tavolinetto rise molto dell’aria sdegnosa della padrona. «Ci crede appena sposati» balbettò. Poi, con gli occhi stanchi e inteneriti: «Lo siamo vero?»

mi chiese, carezzandomi la mano.

C’informammo dei luoghi. Avevamo il porto a cento passi in fondo al viale. «Guarda un po’» disse Cilia. Era assonnata, ma quella passeggiata volle farla con me.

Giungemmo alla ringhiera d’una terrazza col fiato sospeso. Era una notte serena ma buia, e i lampioni sprofondavano ancora quel fresco abisso nero che ci stava dinanzi. Non dissi nulla, e aspirai trasalendo il sentore selvaggio.

Cilia guardava intorno e m’indicò una fila di luci, tremolanti nel vuoto. Una nave, il molo? Giungevano dal buio aliti labili, brusii, tonfi leggeri. «Domani,» disse estasiata «domani, lo vedremo.»

Ritornando all’albergo, Cilia mi stringeva al fianco tenace. «Come sono stanca. Giorgio, che bello. Domani. Sono contenta. Sei contento?» e mi strisciava la guancia sulla spalla.

lo non sentivo quasi. Camminavo a mascelle serrate, respiravo, mi carezzava il vento. Ero irrequieto, lontano da Cilia, solo al mondo. A metà scala le dissi: «Non ho ancora voglia di dormire. Tu va’ su. Faccio due passi per il corso e ritorno».

7

E anche quella volta fu la stessa cosa. Tutto il male che ho fatto a Cilia e di cui mi coglie ancor adesso un desolato rimorso, nel letto, sull’alba, quando non posso farei nulla e fuggire; tutto questo male io non sapevo più evitarlo.

Feci ogni cosa sempre come uno stolto, un trasognato, e non mi accorsi di me stesso che alla fine, quand’era inutile anche il rimorso. Ora intravedo la verità: mi sono tanto compiaciuto in solitudine, da atrofizzare ogni mio senso di umana relazione e incapacitarmi a tollerare e corrispondere qualunque tenerezza. Cilia per me non era un ostacolo; semplicemente non esisteva. Se avessi soltanto compreso questo e sospettato quanto male facevo a me stesso così mutilandomi, l’avrei potuta risarcire con un’immensa gratitudine, tenendo la sua presenza come la mia sola salvezza.

Ma è mai bastato uno spettacolo di angoscia altrui, per aprir gli occhi a un uomo? O non occorrono invece sudori d’agonia e la pena vivace, che si leva con noi, ci accompagna per strada, ci si corica accanto e ci sveglia la notte sempre spietata, sempre fresca e vergognosa?

Sotto un’alba nebbiosa e umidiccia, quando il viale era ancora deserto, rientrai indolenzito nell’albergo. Scorsi Cilia e la padrona sulla scala, che discinte altercavano, e Cilia piangeva. Alla mia entrata la padrona in vestaglia cacciò uno strillo. Cilia rimase immobile, appoggiata alla ringhiera; aveva un volto spaventoso, disfatto, e tutti i capelli e le vesti in disordine.

«Eccolo.»

«Che c’è, a quest’ora?» feci severo.

La padrona, stringendosi il seno, si mise a vociferare. L’avevano svegliata a metà notte, mancava un marito: pianti, fazzoletti strappati, telefono, questura. Ma era il modo? Di dove venivo?

Io non stavo più dritto e la guardai assente e disgustato. Cilia non s’era mossa: soltanto, con la bocca dischiusa respirava profondo e il suo viso stirato avvampava.

«Cilia, non hai dormito?»

Ancora non rispose. Lacrimava immobile, senza battere gli occhi, e teneva le mani congiunte sul ventre, tormentando il fazzoletto.

«Sono andato a spasso» feci cupo. «Mi son fermato al porto.» La padrona fu per ribattere, alzando le spalle. «Insomma, sono vivo. E casco dal sonno. Lasciatemi buttare sul letto.»

Dormii fino alle due, sodo come un ubriaco. Mi svegliai di botto. La stanza era in penombra; giungevano frastuoni dalla strada. Istintivamente non mi mossi; c’era Cilia seduta in un angolo, che mi guardava, e guardava la parete, si scrutava le mani, a scatti trasalendo.

Dopo un po’ bisbigliai cauto: «Cilia, mi fai la guardia?»

Cilia levò vivamente gli occhi. Quello sguardo sconvolto di prima le si era come raggelato sulla faccia. Mosse le labbra per parlare; e non disse nulla.

«Cilia, non va bene far la guardia al marito» ripresi con la vocetta scherzosa da bimbo. «Hai mangiato, piuttosto?»

La poveretta scosse il capo. Saltai dal letto allora e guardai l’orologio. «Alle tre e mezzo parte il treno, Cilia, facciamo presto, mostriamoci allegri alla padrona.» Poi, siccome non si muoveva, le venni vicino e la tirai su per le guance.

«Senti,» le dissi mentre i suoi occhi si riempivano di lacrime «è per stanotte? Avrei potuto mentire, raccontarti che mi sono perduto, darti dell’olio. Se non l’ho fatto, è perché non mi piacciono le smorfie. Mettiti in pace, sono sempre stato solo. Neanch’io» e la sentii sussultare «neanch’io mi sono troppo divertito a Genova. Pure non piango.» (1936)