Malaga III giorno

Con la giornata di oggi sono riuscito a coronare il mio sogno e unico scopo di questo viaggio!

Credevate per davvero che io sarei arrivato fino a Torremolinos per l’atmosfera vacanziera, per quel senso di una Rimini spagnola, per Malaga?

No, di certo.

Mai avrei messo piede in questo divertimentificio, una stazione balneare, ridente, ma orrenda sotto il profilo architettonico. Torremolinos credo che abbia i palazzi più brutti di tutta la Spagna e forse del mondo.

Io, il Caminito del Rey, volevo vederlo dal 2016, un anno dalla sua inaugurazione. Mi aveva subito colpito la descrizione. Mi immaginavo lo scenario, la natura, i paesaggi mozzafiato.

Pensavo che non ci sarei riuscito ad andarci visto che tutto era overbooking e il primo posto libero era alla fine di novembre. Ma qui, all’albergo, organizzavano la gitarella per i pensionati e non mi sono lasciato scappare l’occasione.

Saliamo sul pulmann gran turismo e ci accoglie la guida, un George Clooney di Malaga, tutto festoso. Una volta a bordo la comitiva già presente all’unisono ci saluta con un “Good Mooooorning”. Ho temuto di essere in una seduta degli alcolisti anonimi. Dopo neanche mezz’ora ci scodellano in una specie di Autogrill accanto al benzinaio dove in una sala ci offrono del latte, del caffe, delle fette di pane bruciacchiato. Sul tavolo ci sono dei cestini dove raccogliere le confezioni di marmellata. Temevo davvero che ci vendessero le pentole o che uscisse la Vanna Marchi della situazione per venderci chissà quale porcata.

In realtà ci portiamo subito all’ingresso settentrionale del Caminito. Ma per arrivarci bisognava entrare in un buco all’interno della montagna lungo un km completamente al buio. Avevo paura di non uscirne.

Poi, un’ora buona, davanti ai cancelli, aspettando il nostro turno. Già subito si entra nella prima gola ed è uno spettacolo. Siamo quasi in fila indiana. Molti si fermano a fotografare e riesci a tamponare quello che ti sta davanti per una ventina di volte. Mater era entusiasta. Seguiva pedissequamente lo stambecco che non smollava il passo. Io ero paonazzo, mi sudava la testa perché avevo il casco e la retina. Iniziavo a sbuffare. Avevo paura che i sostegni non reggessero il peso. Intanto fantasticavo sul Rey, su quell’Alfonso che passeggiava per quelle alture a mezza costa, sorvolando i canyon. Gliene avrei dette quattro. Ma la carovana impietosa avanza senza un minimo di cedimento. Quando devo passare per alcuni passaggi strettissimi, penso di rimanere incastrato. Per cui aderisco completamente alla roccia e cerco di assottigliarmi più che posso. La lunga camminata termina con il ponte tibetano ben nascoto da quello della ferrovia per cui tu ti illudi di passare su un ponte, in realta attravers una passerella d’acciaio ce sorvola il fiume per 100 metri nel vuoto. Tutto bello fino al parcheggio. La guida entusiasta, Mater che non aveva neanche un segno di cedimento a parte la cuffietta tutta storta.


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