Mayotte – IV giorno


Siamo rimasti, nella puntata precedente, a Mater addentante una baguette lunga circa un metro… dopo di che finalmente si concede il tepore della Mayotte e si rinfresca con il venticello. Il baobab, il primo che vedo riempie tutto, come la mia stazza… Ne sono ammirato ed estasiato. È circolarmente immenso. Alle 17 torniamo al nostro bed senza breakfast, dopo essere stati in colonna inutilmente per circa un’ora per fare 5 chilometri.

Prendere o lasciare. E io prendo, con molta fatica, la Mayotte.

La giornata di oggi è iniziata con le solite grida del gattaccio che litiga con tutto il vicinato. Stamattina, a dire il vero, era poco convinto. Sapeva che gli avrei tirato un sandalo se avesse continuato. Nuvoloni in cielo si vedono appena affacciato sul terrazzino. La zona industriale rumoreggia. Che bello essere svegliati così! Ci immettiamo nel traffico disumano di Mayotte, senza poi un grosso motivo, almeno penso così. Solo che tutti devono andare in giro anche chi non ha bisogno.

Vado a vedere la piccola spiaggia di Hamaha a pochi chilometri ma mi deprimo un po’. Il tempo non è dei migliori, i rifiuti che ingombrano le strade, gli scheletri delle auto ammassate al bordo della carreggiata, container sparpagliati tra le mangrovie e focolai dove viene bruciato di tutto.

Scappiamo in fretta, probabilmente se avessi visto la spiaggia con un cielo diverso, con un’aria respirabile, e senza quel chilometrico filo di ferro che delimitava la spiaggia perché nelle vicinanze c’era un alberghetto, dove gli sparutissimi turisti sembravano nelle gabbie.

Disdegniamo il Bennet per la colazione. Mai scelta più sbagliata. Proseguiamo dritti ed è un viaggio a ritroso nella civiltà. Mamoudzou è veramente anni luce avanti, anche se può competere con le peggiori favelas di Johannesburg. Più si va a nord più si retrocede dalla modernità. Siamo alla disperata ricerca di una caffetteria. A Koungou, già il nome è tutto un programma, ci fermiamo per disperazione e per la necessità impellente di caffeina, almeno Mater. Adocchio ben due boulangerie nel centro della città, che è tutta una favela. Parcheggio alla ben e meglio in mezzo alla strada, come del resto fan tutti e mi lancio fuori. Scegliamo la seconda, sotto una tettoia di lamiera e polvere in mezzo la strada. Una variegata umanità, per lo più donne e bambini vocianti, è disposta attorno all’incrocio; tutte sedute, sdraiate e a terra con la loro mercanzia di frutta e piccoli oggetti inutili. Prendiamo due cose al cioccolato, perché chiamarle dolce o brioche era un attentato. Almeno fa il caffè per Mater mentre io prendo un succo di arancia confezionata. Mangiamo tra il gas di scarico, la polvere, le donne vocianti e la gallina che ci zampettava attorno… Benvenuti nell’inferno. Ma io sono coraggioso; anche Mater, poverina, che mi segue come sempre senza fiatare.

Ripartiamo, cercando di incastrarci nel flusso irregolare della strada tormentata e tra curve strette e tornanti arriviamo a nord. Ho rinunciato a scendere verso le spiagge perché sarebbe stato chiedere troppo a Mater, soprattutto dopo la colazione. Ma sarei arrivato proprio alla punta settentrionale, vicino alla spiaggia di Handrema.

Giriamo angolo e adesso la direzione è verso sud, ci accoglie il cielo azzurro e il vento bello fresco, quasi primaverile, graditissimo e dolce. Scendiamo in altri paesini, tra cui Mtsamboro, con strade tortuose, discariche lungo la carreggiata, casupole di lamiera, poche abitazioni in muratura e un bellissimo minareto. Arriviamo alla spiaggia di Mtsangadoua, finalmente bellissima, dorata con sabbia fine, pulitissima e spazzata via dalle foglie. Un angolo di paradiso in tutto quell’inferno. Ho girato il video e mi sono fermato all’ombra di un poderoso albero di… ehm non so con foglie verdi e rosse.

Dei bimbetti mi tirano una pallonata addosso. Mi è solo dispiaciuto non aver avuto con me del Midazolam, avrei giocato a punturate nei loro sederini. Bastardelli. Mater è insofferente. Ad ogni donna vorrebbe dirle, su si alzi e si tolga il pastrano che ha addosso. Cerco di salvarla da figure di cacca con loro. La trascino in spiaggia.

Alle una ci fermiamo in un ristorante dignitoso, non era una catapecchia e ci spazzoliamo due porzioni di pesce (non so di che tipo) citronato o limonato. Mater aspetta poi la digestione sulla spiaggia di fronte. Frega tutti i pezzetti di corallo che trova sulla battigia… Alle tre con tutta calma, evitando i suicidi che attraversavano la strada come se stessero giocando a mosca cieca, scansando le moto ed evitando di impattare contro la Gendarmeria in sirena, arriviamo a Mamouzdou. Il centro dell’isola è veramente spettacolare. Foresta pluviale, rigogliosa, anche se anche qui credo che ci sia la siccità, vedendo i colori degli alberi. Ma è tutto uno spettacolo. Jurassic Park è nulla confronto.

Non c’è traffico miracolosamente. Approfittiamo di quell’ora di luce prima che diventi buio, per visitare il parco di Mahabou Point, una sorta di Valbasca a Lipomo con relativo Monte Goi proteso però verso il mare.


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