Verso l’Ucraina (II giorno)

Uno dei due autisti, subito dopo aver passato Bellinzona Sud, si è infilato in un loculo ricavato tra gli scalini della portiera posteriore e il pianale dei sedili. Un tubo dentro cui riposare. Un hotel a capsule. Un’angoscia. L’ho visto infilarsi alle una ed è resuscitato alle 5 del mattino per darsi il cambio con l’altro autista. Pensare che sotto il mio culo ci fosse una persona che dormiva, o meglio che fosse morto stecchito, intossicato da monossido di carbonio, mi metteva un’ansia. All’inizio non ci ho fatto molto caso, ma alle cinque, quando ci siamo fermati per il cambio, ho provato un’angoscia indicibile. Ma puoi infilarti in un tubo, come quelli che usavi alle medie per infilare i fogli di disegno artistico? Ogni tanto mi veniva la voglia di bussare alla porticina e di assicurarmi che non ci fosse nessuno dalla colorazione violacea.

Alle 9, tra Norimberga e Dresda, dopo aver percorso per il lungo la Baviera, in piena Sassonia, ci fermiamo ad un’area di sosta che però non era un classico autogrill, ma neanche un centro commerciale. Una schifezza e di una bruttezza tale che almeno noi in Italia i nostri autogrill sono perfetti e luccicanti. Per il cesso dovevi sborsare almeno 70 centesimi, stica, in quel posto di m… perché non c’erano piante nei dintorni altrimenti mi sarei arrangiato in altro modo. Avevo la vescica che scoppiava. Quella sensazione urente mi aveva accompagnato per tutto il tragitto dalle cinque.

La cassiera al bancone, una ragazza sassone antipatica come la sabbia infilata nelle mutande, ci dice che non c’è latte perché la macchinetta del caffè è rotta. E dundio, mi stava salendo il crimine, ma ho pensato subito alla mia missione umanitaria e ho fatto il bravo. Ho tirato un respiro e mi sono ingegnato. Ho fregato quattro panne per caffé, sotto lo sguardo truce della Rottermaien, e ho cercato di ricomporre una bevanda che avesse vagamente l’aspetto e il sapore del cappuccino ma faceva schifo lo stesso.

Superata Dresda, il traffico si è intensificato, era scorrevole ma c’era un lungo convoglio di camion e mezzi pesanti, che portavano beni necessari in Polonia. Una fila ininterrotta. Io che non riuscivo ad addormentarmi, non riuscivo nemmeno a perdermi con il computer perché non c’erano spine. Al confine con la Polonia, sono sceso dal pullman con un balzo felino, ho respirato con tutto il fiato che avevo l’aria del parcheggio. Ero claustrofobico. Oltre dieci ore su quel pullman. Non volevo in nessun caso tornarci su.

Abbiamo deciso di mangiare, io avrei optato per il Burger King ma siamo andati al self service proprio accanto. Ho preso due polpette che pesavano almeno 10 kili l’una. Erano grandi quanto una boccia da bowling. Finalmente zavorrato e con l’occhietto impallato, ho fatto gli ultimi cinquecento chilometri stravaccato sul sedile del pullman, con la bava alla bocca. Ero moribondo, la piattitudine della Slesia e l’aglio delle polpette mi stavano uccidendo lentamente. Se fossi entrato anch’io nel loculo? Qualcuno se ne sarebbe accorto?

E oramai era sera quando siamo entrati trionfalmente in Varsavia, 20 ore di cammino, per lo più da seduti: sentivo i coaguli nelle vene, avevo le articolazioni anchilosate. Le luci della capitale iniziarono ad illuminarci l’orizzonte. Tutto scintillava. Se non ci fosse stata la guerra a pochi chilometri…

Le bandiere ucraine sventolavano lungo tutta la Jerozolimskie Avenue, lo stradone che taglia in due la capitale e che porta direttamente alla Vistola. Il palazzo della cultura era illuminato di giallo e di azzurro. Un grande striscione metteva assieme le bandiera della Svezia con quella dell’Ucraina in un unico gioco di colori.

Gli schermi delle pubblicità trasmettevano lo stemma dell’Ucraina d’azzurro contornato dalle parole Warszawa solidarna z Ukraina, che non hanno bisogno di commenti e traduzioni. Le telefonate con i rappresentanti locali si sono susseguite ad un ritmo incessante, intensificate col nostro arrivo. Siamo arrivati in contemporanea a Biden, e la cosa non mi consola. Mi sta venendo l’ansia, ben peggiore del pensiero dell’autista rinchiuso in una botola. 8 profughi sono rimasti bloccati al confine per mancanza di documenti. Una coppia di anziani ha espresso il desiderio di venire con noi. Dovremo decidere se fare una deroga a questo. Ci sono anche i capi famiglia. Se hai più di tre bambini, i papà non sono obbligati ad andare in guerra e seguono la famiglia. Dovremo decidere se caricare anche loro. Mille domande ieri a cui si è cercato di dare una risposta si sono accavallate nel debriefing tenutosi nella hall del Novotel… Domani vi farò sapere.


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