Verso l’Ukraina (I giorno)

Era domenica, proprio a Roma, rilassato, con le gambe sotto un tavolo, tra una forchettata e l’altra, quando ho ricevuto la telefonata.

-Sono Ferruccio-, da quel momento ho capito il perché di quella chiamata. Con lui, mi ero impegnato in missioni umanitarie, prendendo ragazzi che scendevano dall’Ukraine Airlines, provenienti dalla zona di Cernobyl, Yabluvnica, Pryluky, Komarivka, per portarli al San Raffaele o al centro ospedaliero Le Scotte di Siena. Erano pieni di malattie, linfonodi ingrossati, avevano denti marci, respiravano appena impercettibilmente, pance ascitiche e per lo più di aspetto cushingoide.

Ne ho presi tanti, per alcuni di loro era l’ultimo viaggio, non quello della speranza ma della morte certa… ma tentare l’ultima carta… Ho scritto di alcuni di loro nelle pagine precedenti.

Al telefono non ho capito quello che Ferruccio volesse fare di preciso, mi ha chiesto sostanzialmente la disponibilità per partire per le zone di guerra e prendere alcuni profughi.

Tra me e me ho pensato che non potevo abbandonare il 30ennale del 118, in particolare le manifestazioni di Como, per le quali ho profuso tempo e impegno.

Ma col cuore ho deciso subito di sì. D’altronde anche questo è festeggiare il 118.

-Ferruccio, fammi sistemare alcune cose.-

Chiamo il Capo. Non fa una piega, mi dice di non preoccuparmi per i due turni, anzi mi incoraggia e mi sprona. Grande. Lo avrei abbracciato ben volentieri.

Chiamo Mater, la quale incomincia a gridare come neanche nelle processioni di Santa Rosolia dalle parti della trinacria panormitana. Ok, l’ha presa bene, dico tra me e me. Se ne farà una ragione.

Scrivo un messaggio ad Elisa, la collega del Rugby Como. Avrei dovuto assistere a una partita per il prossimo Venerdì. So che mi avrebbe cazziato. Per quello che le mando un messaggio. Parto per l’Ukraina. E senza fronzoli lo invio.

Finisco i miei pici al cacio e pepe. Penso che fino a Mercoledì il mio impegno nei preparativi della celebrazione del trentennale dovrà subire un’accelerazione, ma non mi preoccupa.

Arrivo a casa, non dico niente, nemmeno a Jake, anche perché Ferruccio è stato così vago… E non si aveva nemmeno la certezza di partire: i corridoi umanitari li decideva il governo polacco e potevano essere chiusi da un momento all’altro a seconda delle esigenze.

Elisa mi chiama, con mia sorpresa, tutta entusiasta. Mi chiede che cosa potrebbero aver bisogno su là, in Ukraina o da quelle parti. È sua intenzione fare una raccolta flash di beni di prima necessità.

Ieri mattina, al centro sportivo del Belvedere, mi ritrovo con un quantitativo stratosferico di scatole piene di pannolini, biscotti, igienizzanti, omogenizzati… Massimo mi aiuta a portarle al pullman della Spreafico viaggi ad Oggiono. Sto facendo un secondo trasloco, non bastava quello di casa mia…

Al ritorno io e Massimo ci concediamo una colazione. Decidiamo per la pasticceria CIS di Albavilla (che a me fa venire in mente l’acronimo delle autostrade, Viaggiare informati). Jake incomincia a mettermi il muso, mi mostra il culo anche quando gli porgo la crema sul dito. Si gira appena per leccare e si rivolta dall’altra parte. Povero!

E così, dopo una giornata convulsa, tra il 118 e l’Esselunga, tra Oggiono ed Erba, ci troviamo tutti nel piazzale della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo Apostoli di Alzate Brianza. Eravamo in cinque, Ferruccio, la consorte e due ragazze interpreti. Il prete don Paolo spende parole gratificanti per il nostro progetto. Ci dà la benedizione e vuole che recitiamo il Padrenostro. Oddio, no, proprio no, no ce la faccio. E poi non so nemmeno le sue parole. Mi metto in disparte, a costo di essere sacrilego. Ma non ci riesco.

Partiamo, scendiamo a Como, passiamo da Chiasso, attraversiamo la dogana con il nostro carico e il nostro bisonte. Nessuno ci controlla, nessuno ci chiede un documento. Entriamo nella A2 e io crollo in uno stato catalettico. A Bellinzona sud, forse ci fermiamo. Raccattiamo i due autisti che ci poteranno fino a Varsavia ma non posso garantirvi di questo. Avevo un occhio aperto e uno chiuso. E poi sprofondo in un sonno profondo. Al confine con la Svizzera, poco dopo il Liechtenstein usciamo ed entriamo in Austria. Nulla, non ci chiedono niente. Passiamo come un soffio, come respiro impercettibile e avanziamo lungo la direttrice del nord.


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