Berner Oberland

Avevo la fissa di tornare nella magica città di Berna. L’ultima volta l’avevo vista negli anni ’90, dopo un viaggio di ritorno dalla Francia.

Ero rimasto piacevolmente colpito dalla bellezza di quella città, catturata sin dall’inizio con un impareggiabile colpo d’occhio, dopo essermi avvicinanto dalla collina orientale.

Ora, visto che avevo la vignetta delle autostrade sfizzere – sarebbe stato un peccato non utilizzarla – ho così deciso di andarci per un giorno.

Temevo di collassare lungo il cammino perché ero reduce da una notte movimentata: abbiamo fatto cinque uscite, di cui una, per fortuna, abortita.

Eppure, nonostante tutto, complice anche il cielo perfettamente limpido, mi sono incamminato su per il Ticino. A Bellinzona, mi sono tenuto sulla sinistra fino al Gottardo. A momenti mi veniva la nevrosi per il pedissequo rispetto dei limiti di velocità, ma non solo, anche per il rispetto dei semafori rossi che permettavano il contingentamento delle entrate nel tunnel.

Lasciato il Ticino, ecco: sei in un altro mondo. Nessuna buca, tutto ordinato, tutto semplice, non una cosa fuori posto. Ci siamo inerpicati sulla strada che portava al Sustenpass. Una percorrenza lieve su una strada liscia come la padella imburrata. La prima sosta per vedere il versante dell’Uri delle Alpi Centrali della Svizzera. Cartoline idilliache, campanacci di mucche, il verde dei prati e il viola dei fiori. Perfetto, non poteva che essere perfetto quel dipinto.

Al passo, un’altra sosta per ammirare il laghetto nel quale si specchiavano le vette. Peccato per la brezza che increspava la superficie: sarebbe stato uno spettacolo vedere le montagne riflesse.

Jake con la coda dritta, ha iniziato a sniffare tutti i pertugi. E tutti ad ammirare il Katze. Ma fatevi i Katze vostri.

E così via, giù lungo i tornanti della Berner Oberland, la zona alpina del Cantone Berna. Il tempo invitava a respirare a pieni polmoni e a rimanere lì ad ammirare il paesaggio. Peccato che siamo incappati in una Ghastof dove si sarebbero infranti davanti a un piatto di salumi e formaggi i nostri propositi di arrivare a Berna.

Jake si è spiaggiato tra i gerani della veranda, noi sotto l’ombrellone gustavamo le prelibatezze culinarie, il Kase e altre cose di cui non capivo il significato perché mi rifiutavo di capire il tedesco.

Un po’ acida la tipa che ci ha servito, ma poi è venuto il montanaro in nostro soccorso con le due fette di torta con le albicocche e alla noci e tutto ha avuto un altro sapore. Ovviamente la torta con la panna.

Le nuvole sono comparse precipitosamente e in quel momento abbiamo capito che Berna sarebbe saltata.

Sotto la pioggia torrenziale, per fortuna per un breve tragitto, abbiamo percorso la sponda meridionale del Brienzsee fino a Interlaken, una cittadina turistica, carina, ma anonima, senza stile, tipica della Svizzera, con più ristoranti etnici che in tutta l’India.

Siamo scappati, anche per la voracità del parchimetro, da questa cittadina con la ruota panoramica, setting di un episodio di James Bond, e un lungo camminamento nella zona tra i due laghi, dove svetta imponente il Casinò, simile a quello di San Pellegrino.

Abbiamo deciso di sostare invece tra le amene e ventose sponde del Brienzsee, di un verde turchese accecante. Che poi…, con il giallo della camicia di Laura, io avevo la fotofobia.

Un saluto al capitano di battello, che dispensava dall’alto del sua posizione, sbracciamenti e baci, prima di farci portare via dalla folata di vento che ci avrebbe depositati in un’altra baietta intimissima da cui difficilmente me ne sarei tornato.

Jake era in beatitudine. Non ha nemmeno cercato di catturare le paperelle impertinenti che nuotavano davanti al lido del campeggio Au Lac. Una sosta a Brienz, questa sì, un’idilliaca cittadina svizzera, caratteristica, imbellettata dai drappi e dalle bandiere dei cantoni e delle città svizzere. Il verde del lago e le montagne attorno catturavano la nostra attenzione.

Siamo stati lì, fino a farci forza per scappare, un salto alla Migros e poi via, sulla strada del ritorno, percorrendo la strada più facile, che passava da Lungern nell’Obvaldo. E così via, tutto in direzione sud, tagliando di netto l’Uri e il Ticino e percorrendo il Gottardo con assoluta levità e senza gas di scarico.


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