Avevo scoperto dell’esistenza dell’ATLS nel 1995, quando la dottoressa A., appena fresca di specializzazione e di parrucchiere (ricordo i suoi capelli ramati sul cerone e un trucco pesantissimi), ci tenne una lezione al corso di specializzazione di Chirurgia d’Urgenza e di PS.

Non ho molti ricordi di quelle lezioni, ero per lo più assonnato in uno dei banchi dell’emiciclo dell’aula della Palazzina di Chirurgia del San Matteo.

Ma quella sera (sì di sera, perché di giorno dovevamo sgobbare in sala operatoria), fu una folgorazione e non tanto per la tinta dei capelli della collega.

L’anno successivo, nel 1996, all’Ospedale Militare di Via IV Novembre a Torino, partecipai al primo corso dell’ATLS. Mi piaceva la filosofia che voleva trasmettermi, un po’ meno il rancio che ci avevano dato in caserma: il trauma avvenendo in un tempo zero provoca delle lesioni più o meno gravi. Tra queste bisogna scegliere di trattare quelle che portano a morte prima.

Il principio dell’ABCDE ormai è noto a tutti, in tutto il mondo, a qualsiasi latitudine del globo terraqueo. So di averlo imparato bene e credo che si sia depositato sulla mia pelle.

Negli anni successivi, precisamente nel 2000, nel 2004, nel 2008, nel 2012 e nel 2016 ho mantenuto la certificazione con corsi di refresher, tra Torino, Padova e Milano.

Per il mio sesto refresher, mi hanno obbligato a fare di nuovo la certificazione completa. Nessuno me l’ha imposta ma sentivo dentro di me la necessità di dover continuare lungo questo cammino che avevo intrapreso. Sarebbe troppo dire che l’ho fatto per quel motto scritto in grande: curare tutti con perizia e fede nella medicina, ma…

Devo dire che dopo un quarto di secolo, la novità, l’eccitazione, il desiderio di quell’OMNIBUS PRODESSE si sono praticamente affievoliti a tal punto che l’interesse che scorreva dentro di me in questi giorni era pari a un rivolo di un ruscello. Forse anche colpa del Covid, questo corso è stato un po’, come dire, sottotono. Nello scantinato della palazzina di Via Moncalieri, tutti ammassati, un cortile anonimo, dei paninetti un po’ scialbi come pranzo, i manichini che non davano soddisfazione, delle prove simulate, completamente guidate, nessun trabocchetto.

Non so, è stato un grande sbadiglio, forse anche per colpa di Jake che mi ha tirato fuori nelle ore impensabili notturne perché doveva mingere, lo stronzo. Forse perché non ho imparato più di quanto sapessi. Forse perché la formula di Parkland è di una banalità disarmante. Forse perché appunto mancava lo stupor…

Fa niente, sono tornato da Torino, con la certificazione, i crediti sostanziosi e nulla. Rimane comunque la bellissima immagine (che non smetterà mai di meravigliarmi) del sigillo dell’American College of Surgeons e quel motto che mi stuzzica e mi spinge ad andare avanti.

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