Watamu 12

Watamu

L’ultimo giorno è passato interamente per il viaggio di ritorno. Sveglia alle una di notte. In realtà non sono mai andato a dormire. Chi avrebbe voluto stare in camera? Ho salutato la micia che evidentemente deve aver capito che sarei partito, perché mi si è seduta accanto mogia mogia.

Dopo lo spettacolo del Re Leone, sono stato al bar, dove hanno organizzato una serata disco per i vacanzieri giovani e avvinazzati.

Mater è stata abbracciata da tutti, a cui diceva di andarla a trovare a Como -sai dove ci sono i cinque cerchi-. Io la prendevo e la mettevo da parte ricordandole che non tutti sanno dove si trovi Como, specialmente Alan, argentino di Buenos Aires.

Siamo stati in reception, non trovavamo i cartellini rossi degli asciugamani. In realtà probabilmente Mater non li ha richiesti indietro quando ha portato i teli mare. Bè, morale della favola, dopo il cazziatone a mia madre, il receptionist mi chiede 20 euro. Non ci ho più visto, glieli ho buttati lì in faccia con disprezzo, tieniteli, comprati la farina e le scatole di fagioli, ma tu non ci vedrai mai più.

Spero tanto che voi falliate miseramente e che non venga più nessun turista. Sono rimasto completamente arrabbiato per tutte le tre ore di trasferimento in aeroporto. Avrei potuto dormire, riposare, ma avevo una rabbia addosso che non mi passava.

Proprio uno stato senza futuro, senza nessuna capacità di gestirsi. Capisco la povertà ma se non c’è dietro uno stato sociale che affronti il dilagante egoismo delle persone che vivono solo alla giornata, il Kenya non potrà mai vedere la prosperità. E hanno il petrolio, una promettente crescita potenziale economica.

Ma…

Arrivo all’aeroporto di Mombasa, vecchio, non dico fatiscente ma quasi… Sembra un edificio degli anni Settanta, un vecchio ufficio postale, senza monitor, senza pubblicità. Due banconi sono già tanti. Il tizio che mi porta il carrellino delle valige incomincia ad elemosinare. Mater, dopo la litigata furiosa, è ancora in aria e lo caccia via in malo modo. Sai, l’avessi detto io, non sarei stato credibile, ma sentirsi un quasi vaffa, dalla “mama” (intesa come signora di una certa età)… È rimasto interdetto, ha strabuzzato gli occhi ed è scappato a gambe levate.

L’addetta aeroportuale ci fa passare tutta la fila e ci accompagna su per i gradini della grande scalinata al centro del salone. Un ascensore no? Non sanno nemmeno che esistano.

Al piano di sopra, almeno una decina di negozi, tutti duty-free, ma che poi non ti guardano nemmeno la carta d’imbarco. Mater li gira tutti. I prezzi sono in dollari americani e sorprendentemente bassi. Ne approfittiamo per comprare alcuni oggetti. Non ci sono monitor, non sappiamo neppure da dove parta il volo. Ad un certo punto una signora in giacca gialla si mette a gridare come una pazza: Maaaaalpensa! Maaaaalpensa. Ce lo grida direttamente nelle orecchie. Ok, ho capito. La seguiamo docili come scolaretti.

I controlli si fanno direttamente al gate, uno solo, ma sono sostanzialmente inutili. Eppure ti fanno anche togliere le scarpe. La saletta è stracolma.

Mater viene fatta sedere direttamente al bancone del check-in, accanto all’operatore del gate. Il volo della Neos parte puntualissimo, peccato non essere vicino al finestrino, altrimenti avrei visto la città di Mombasa direttamente dal finestrino.