Seoul
Avevo scritto che mi ero lasciato andare in una ronfata spettacolare, in realtà non ho dormito per niente. I due minus habens, che comunque non erano giovanissimi, erano lì a fare i cretini come bambini, come i cartoni animati. Il ragazzo si è tolto le scarpe e ho dovuto sorbire la puzza dei suoi piedi per tutto il viaggio. Ma la cosa che mi ha sconvolto di più che le loro calze le hanno lasciate nella tasca del sedile. Ma come siete messi? Per correttezza non ho detto niente, ma vi avrei ben assestato un bel calcio nel di dietro per imparare l’educazione anziché fare i bamboccioni, penso in luna di miele a Istanbul.
A parte l’inconveniente del profumo di piedi, il viaggio è stato lunghissimo ma senza altre preoccupazioni. Abbiamo tagliato il mondo lungo una linea quasi retta, passando sulla Mongolia e la Cina. Dopo cinque ore, la prostata mi richiamava all’ordine. Ho dovuto far alzare la coppietta manga, altrimenti avrei innaffiato tutti gli abitanti del Kazakistan. Ma loro niente, nemmeno un cedimento, una vescica di ferro, non c’è che dire. Mah.
Alle 9, siamo ormai su Pechino, ancora due ore di sofferenza, ci danno la colazione. Era tutto previsto dai menu altisonanti che ci hanno dato su cartoncini. Io non vedevo l’ora di atterrare, di scendere, di allontanarmi dalla forzata convivenza sul vecchio Boeing 777. A Seoul, visto che eravamo in basso e che avevamo oltrepassato l’aeroporto, c’è stato un vistoso cambio di rotta e con una virata spettacolare sulla costa occidentale della Corea, siamo atterrati. Incheon è tutt’altra cosa rispetto all’IGA. È tutto vetrate colorate, colori tenui e leggerezza. Le formalità di sbarco sono state velocissime, ma anche i controlli. Alle 12 avevo il mio bagaglio e mi portavo alla fermata del metro.
Tutto così pulito, puntuale, nessuno che correva, i posti erano già pre-assegnati, nessuna ressa per salire. Come da noi. Alle 13 ero alla Stazione di Seoul, il centro della città. La luce accecante si rifletteva dai grattacieli di vetro e acciaio. Con il trolley mi sono incamminato verso l’albergo. Non doveva essere molto lontano, non mi dispiaceva fare anche due passi in giro. Proprio accanto alla stazione c’è una sopraelevata, una specie di ponte della Ghisolfa, riadatta ad un percorso pedonale. Sospeso nel vuoto, tra i vasi e piante, mi perdevo a guardare in alto i grattacieli e in basso il traffico di Seoul.
E infine sfido le viuzze del mercato rionale. Tanto cibo, tanta carne, tanti odori, non so cosa si mangi e quello che vedo non è per niente invitante. Mi distraggo guardando altri negozi, tutta roba di cianfrusaglie, taglio dritto. Arrivo in albergo alle 14,30. La camera è al quattordicesimo piano. È già pronta mi dice trionfante quello della reception. E ci credo, ormai sono le tre. E va be. Ammiro la spettacolare vista della camera. Il tutto per 70 euro a notte. In Italia te le saresti sognata… Vorrei riposarmi, chiudere gli occhi, ma il cielo azzurro e limpido mi fanno uscire dalla stanza.
Percorro il viale principale che porta al palazzo reale. Mi fermo in un tempio, entrata gratuita visto che l’ultimo giorno dell’anno. Tutto molto interessante, bello, poca gente. Le guardie fuori dal palazzo sono immobili, temo per un momento siano delle statue. In realtà sono semplicemente congelate. Poverine, ma imperterrite non muovono.
Continuo, il sole ormai è quasi al tramonto. La gente si attarda nei negozietti, si fa i selfie davanti ai personaggi dei cartoni animati, arrivo al Palazzo Reale completamente assiderato, ma non demordo. Riesco a vedere solo il primo cortile poi mi prendono letteralmente e mi buttano fuori, peccato! Distrutto, lentissimamente, ormai completamente debilitato dal freddo, ritorno in albergo per prepararmi alla serata del ultimo…
