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30 chilometri

30 chilometri

Sono soltanto 30 chilometri, ma diventano un calvario dopo 17 anni. L’ansia si è spinta nel mio cuore, infastidendolo, già dalla sera prima.
Stamane ho guardato il cielo. Tempo incerto, non nuvoloso, un po’ di foschia; faceva abbastanza caldo da poter andare in giro con la sola maglietta. Speravo di finire in fretta, ma sapevo che avrei dovuto mettermi d’impegno e non avere nessuna fretta, altrimenti sarebbe stato peggio.
Tanto, la mattina tutta quanta sarebbe stata per te. Un sacrificio di cui posso sopportare il peso una volta all’anno.
Speravo che la Tiffany facesse le sue cose; evidentemente le aveva già fatte, ma non mi fidavo. Così l’ho portata nel giardinetto dietro casa. Magari sarebbe stato di suo gradimento per le sue cose fisiologiche.
La prima tappa sarebbe stata il Caffè Chocolat, ma non c’era parcheggio, così ho tirato dritto. Meglio: avrei accorciato il tempo impiegato. La Varesina è una sofferenza unica, un salto a ostacoli, un’imprecazione unica. Le auto a 40 all’ora che occupavano le strade senza convinzione, con la placida tranquillità di chi deve andare a fare la spesa o comprare gli arnesi al Bricolage. I semafori ostinatamente e sorprendentemente rossi, il cantiere che bloccava mezza corsia, tanto che i movieri erano costretti a istituire un senso unico alternato, le rotonde intasate.
Mi sforzavo di stare calmo e di non trascendere con le mie lodi mattutine.
Una sosta forzata all’Esselunga di Solbiate per comprare i fiori. Una piantina con un solo fiore bianco, col 30% di sconto, a tre euro. La prendo. Poi faccio colazione in quel postaccio del bar. Tutta la gente è ferma lì, accodata per lo scontrino. I tavolini pieni. Il desiderio di urlare si insinua piano piano. Ma mi faccio violenza. Un cappuccino chiaro e una brioche plasticosa al pistacchio, la cui crema è raggrumata in un nocciolo al centro. Che schifo. Il Michele, poverino (così l’ha chiamato un’addetta che si è materializzata dopo dieci minuti e mille tazzine accumulate sul bancone), non si è scomposto e, dopo un quarto d’ora, con la brioche ormai completamente nel duodeno, mi ha porto la tazza.
Trangugio con un paio di sorsate, non ce la faccio a reggere, non ce la faccio a sedermi, controllo la Tiffany, che è insofferente. Le scappa la sua gocciola di merda, lo so. È da alcuni giorni che fa la cacca mole. Infatti mi scaravento fuori. Ovviamente la fa sul tappetino dell’auto. E pazienza.
Finalmente arrivo a Belforte. Esausto, affaticato. Mi pesa anche il tragitto dall’entrata principale alla tomba. Lascio il gatto in auto, tanto il disastro è fatto. Così mi muovo veloce. La piantina non ha il sottovaso, meriterebbe un po’ d’acqua. No, ho la sfregola adesso. L’ansia è esplosa, non sono riuscito a trattenerla. Come il gavocciolo di merda del gatto. Al centro c’è un funerale. Le donne con la veletta nera. Ma la cosa che mi disturba è la ruspa che smuove la terra. Mi dà fastidio il rumore, è a poche tombe da me. Cerco il pino capitozzato, non lo trovo. Per forza: è dietro a un altro albero che non ho mai notato. Per un momento ho pensato che la tomba l’avessero spostata. Invece no, è ancora lì dal 2009… Meglio così. Tiro fuori la macchina fotografica, mi guardo attorno sperando che nessuno trovi bizzarro un signore accanto a una tomba con la reflex della Canon. Sulla tomba ci sono le stesse cose degli anni precedenti: il fiore di vetro, l’angioletto di gesso e il volto della Madonna in metallo. Il vasetto di fiori di plastica e il lumino che non lumina più. La lapide sempre più sporca, le lettere ancor più sbiadite e un filo di muschio agli angoli. Ma c’è anche un altro vasetto di fiori gialli. Sono freschi, appena portati. Cerco indizi sulla confezione. Non trovo nulla. Pazienza.
Mi infastidisce il rumore della ruspa, non sono di buon umore. Vorrei attardarmi ancora qualche minuto, ma non ce la faccio. Alzo la schiena e mi dirigo a passo spedito verso l’uscita. Dovrei fare delle foto; le faccio, ma senza convinzione. Vorrei essere già a casa e finirla lì, con questa recita, questa pantomima che mi lega a te. Ma il sacrificio devo portarlo a termine, la sofferenza consumarla fino in fondo. Raggiungo la Tiffany, lei mi guarda incuriosita, le faccio fare un giro attorno all’auto, ma rientra subito nell’abitacolo. Non ce la fa neanche lei. E con tutto lo sforzo e l’autocontrollo possibili, riparto per la via del ritorno, il solito Calvario di 30 chilometri.


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