|  | 

Sir Mc Wilk Greysh from Loch Como

Sir Mc Wilk Greysh from Loch Como

Scrivo questo post con fatica, tanta. Ho ancora le lacrime per lui. Mi sento di aver tradito il mio Jake e ancora adesso non so ancora mettere ordine ai miei pensieri.

È entrato questo mostriciattolo nella mia vita. Non l’ho cercato con convinzione. Avevo demandato il tutto dopo il mio viaggio a Seoul. Anzi, sentivo dentro di me, ogni giorno che passava, un certo senso di repulsione. No, volevo essere libero, non volevo accollarmi di nuovo la responsabilità di una vita.

Jake mi ha accompagnato per 10 anni, mi bastava. Non volevo sostituire e riempire i miei giorni con un altro gatto. Tanto ormai sono vecchio, sono un disastro nel gestire le mie cose, non riesco a costruire nulla di buono. Sono solo capace di evadere, di andare in giro per il mondo, ora che ce la faccio, ora che ancora provo un desiderio di viaggiare e ho pagine libere sul passaporto.

Sono andato ad Olgiate all’Arca di Noè. Non è il periodo, mi dicono. In primavera può avere tutti i gatti che vuole. Ma come? Ci sono i periodi? D’inverno c’è penuria felina? Un po’ come la frutta di stagione? Non mi sembra che esistano animali stagionali. Boh, esco dal negozio, mi sono sentito preso in giro.

Me ne sono andato poco convinto e più rafforzato nei miei intenti.

Ho cercato nei gattili della zona. Tutti gatti anziani, no, anche no grazie. Due anziani che si supportano no. Ho bisogno di un motivo in più, non un essere con cui confrontarmi con la mia depressione, o con la capacità di tenuta della prostata.

Avrei voluto cercare in allevamenti, tanto esotici quanto lontani. Che? Non voglio assolutamente andare in giro per l’Italia a cercare il gatto di razza con il pedigree. Assolutamente no.

Ho lasciato da parte questa ricerca, tanto… Devo badare a me stesso e a mia madre. Non posso permettermi altro. Al ritorno da Seoul, dopo essere riuscito a riavere un po’ di lucidità mentale mezza congelata dal gelicidio della Corea e messa a dura prova dal viaggio lunghissimo e dai dolorini alle giunture (santo dio, come sono messo male!), ho cercato su un sito.

Ho messo solamente come parametro di ricerca la provincia di Como. È uscito lui, un moccioso di due mesi, con il broncio, oggi quasi giali, grigio topo. 600 euro. Ho chiamato e mi ha risposto una signora. Sì è libero, la signora mi rivolge tante domande, chi sono, perché voglio un gatto, dove vivrebbe, quanti metri quadri è l’appartamento, è sicura la casa, se ho avuto altri gatti. Una raffica di domande alla fine delle quali mi dice candidamente: sa perché Wilk è speciale…

Ok, la parola magica, mi sciolgo. Le rispondo: io voglio un gatto speciale, Jake lo era. Non voglio un gatto di razza solo perché di razza, lo voglio non conforme ai canoni felini, del solito gatto tigrato o comune. Lo voglio speciale, lo voglio perché è unico e inconfondibile, lo voglio perché deve far parte della mia vita (povero gatto!). Perché deve accompagnarmi, perché deve stare al mio fianco nel bene e nel male. Una specie di badante, un infermiere per la mia anima. Jake, pur cazzuto e egoista, menefreghista e desideroso di scappare sempre, è stato totalizzante. Dieci anni della mia vita, non c’è stato giorno in cui non ho incrociato i suoi occhi e, ovviamente, giudicato da lui.

Wilk è speciale perché è stato dimenticato dalla madre, dopo due femminucce e un maschietto, è stato partorito fuori dalla cucciolata. Al freddo. La padrona aggiunge che se ne era accorta, che era sveglia il 3 di novembre di notte. Ha visto quell’esserino sul pavimento. Lo ha raccolto con non poca difficoltà, con delle tovaglie per evitare ogni contatto con il suo odore, e lo ha deposto accanto alla madre, che, fortunatamente lo ha accettato.

Due giorni dopo, lo vado a prendere. Conosco una delle sorelle, Mira, una stronzetta che non mi degna di uno sguardo. Leo, il fratello, anche lui accocolato nella culla. La madre mi annusa, mi guarda curiosa, e poi mi lascia, senza degnarmi di uno sguardo.

Prendo in mano questo patuffolo di pelo, lungo, gli altri sono a pelo corto. Leggerissimo, incosistente, col culo sporco. Non mi degna di attenzioni, ha sonno, non fa festa, non reagisce, ronfa.

Wilk è il nome scelto dal figlio della padrona. Dovrebbe essere il protagonista di un cartone animato, un tetrapack, un cartone di latte, sfigato, appunto Wilk invece di Milk, che lavora nel negozio del Panbarbiere, una fetta biscottata coi baffi, verso il quale prova un sentimento fetish-gayo-gerontofilo.

Ma cosa guardano questi bambini al giorno d’oggi? Noi vecchi dei tempi di Candy Candy, Remi e Polyanna…

Lo ispeziono. Ha il pelo arruffato, non ha le orecchie piegate, la coda è dritta e lo sguardo, almeno, in asse. Dovrebbe essere uno Scottish Fold Blue, venuto male, ma bellissimo, sfigato e mezzo abbandonato. Ma diamolo un nome altisonante che ricordi le Highland Scozzesi, il tartan, il verde delle montagnucole, le cascate fresce, le asperità della costa occidentale. Sir Mc Wilk Greysh from Loch Como. Ok, un po’ di libertà letterarie. Tanto mi sembra scemo e stupido, un po’ come il pesciolino Nemo, almeno il nome…

Direi che le premesse ci sono tutte. Non sostituirà Jake. Sono convinto che gli ha passato il testimone. Morto lui, è nato Wilk, una specie di reincarnazione.

Ora che ho finalmente ho avuto coraggio di pubblicare e rendere pubblico questo avvenimento, eccolo. Per il resto, sempre su questi schermi.


Articoli simili

Lascia un commento