Seoul
Mi ero preparato per l’ultimo comprando la coca-cola e dei waferini alla fragola, senza sapere cosa fossero perché la confezione era completamente in coreano. Ho chiesto informazioni al chiosco su cosa fare. Mi attirava la crociera sul fiume, in effetti avevano anche pensato a questo, ma il tipo mi guarda stralunato e mi dice. It’s too cold. Bé, in effetti… prima che il Capitano Findus venga a pescarmi.
Le tre location proposte erano allettanti. Il primo a Palazzo Reale con i 33 rintocchi della Campana ma essendo sordo non so se avrei sentito il countdown. Il secondo era al Dongdaemun Design Plaza, una location a quattro fermate di metropolitana e, infine, alla Lotte Tower, la più alta di tutta Seoul, ma a circa 20 km e a non so quante mila fermate.
Ho optato per la location vicina, scartando il Palazzo Reale. Alle 21 ho preso la metropolitana. Tre ore per capire come fare il biglietto, visto che solo i macchinari della Metro di Seoul non accettano carte di credito. Ho chiesto a due rimbambiti dell’ATM, giovani nerd, con QI pari a 0 e inglese altrettanto.
L’ATM non erogava won perché non circuito internazionale ma solo “wow” il loro circuito bancario, che fantasia. Alla fine mi hanno salvato i 10 euro che avevo in tasca. Convertiti, acquistato i biglietti e mi sono fiondato al Design Plaza, un bestione di acciaio compreso tra i grattacieli, completamente illuminato a giorno. Ci giravi attorno come alla Mecca, non potevi stare fermo. La polizia ti faceva fare la transumanza da un polo all’altro. Alle 23 hanno fatto entrare nell’arena e hanno iniziato a distribuire coroncine che si illuminavano.
Il concerto era su un trabattello anziché su un vero e proprio palco ma andava bene. In meno di mezz’ora si è riunita mezza Seoul, giovani nerd, ragazzette che non andavano oltre al proprio schermo del Samsung, qualche turista intrepido e io in mezzo. -10 gradi, un gelo della madonna, ma, si stava tutti uniti per scaldarci. Gli occhi in alto, alle proiezioni e ai cantanti che si susseguivano nel concerto. Credevo di non farcela, ma alla fine, insomma, il Count Down lo abbiamo fatto nella propria lingua, un po’ di fuochi d’artificio un po’ sparuti, la presentatrice che si sgolava come una pazza.
Dieci minuti dopo, in un ordine maniacale, con i varchi della metropolitana indicati nei vari settori, ci siamo trasferiti sotto terra, al caldo. Nessuna ressa, nessun disordine, nessuno che osava essere sopra le righe. Tutti composti, tutti consapevoli di entrare in uno Squid Game. Mi faceva un po’ senso. Non si è nemmeno sentita una sirena. Tutto pulito per terra.
Veramente un altro mondo. Mi trascino a forza in albergo prima di morire assiderato e mi butto nel letto, pronto per il secondo festeggiamento del capodanno in Italia. Mi alzo a fatica, davanti alla vetrata con un cielo bellissimo e la città ai miei piedi, bevo un altro sorso, tempo di fare un altro selfie e mi rimetto a dormire.
Alle 10 del primo dell’anno, con fatica e assoluta calma, esco. Il tempo è sempre gelido. Mi trascino alla pasticceria. Il pain au chocolat è orribile ma il latte-vanilla è un toccasana, bollente che mi sveglia la mente. Decido di non sbattermi troppo ma i miei dieci chilometri a piedi me li faccio tutti. Arrivo alla funicolare che porta alla Seoul Tower. Non so quanti miliardi di altri turisti hanno avuto la mia stessa idea. Tutti ammassati ad aspettare la cabinetta che ci avrebbe portato alla sommità della montagna. Tutti in fila, dopo due ore, ero sul punto più alto di tutta la città e presumibilmente di tutta la Corea.
Lo spettacolo, anche se faceva freddo, era davvero unico. Una vista spettacolare a 360 gradi sulla città. Per la prima volta avevo un’idea della sua vastità. Una giungla di grattacieli persi nella piana sotto ai nostri piedi. Il fiume placido scorreva e altri grattacieli a sud si perdevano a vista d’occhio.
La torre di Seoul, la nostra torre di Rozzangeles, svettava proprio davanti. Tutt’attorno mercatini, giocattoli, bancarelle, personaggi dei cartoni animati, infinite ringhiere sulle quali rinchiudere i lucchetti dell’amore. Ogni colore con il suo significato, ti vendevano pure il pennarello per la dedica. Tutti a farsi i selfie, anzi c’erano della posizioni ben definite dove farle e te lo dicevano. Ma non avevano niente di meglio questi di Seoul?
Alle 14, sfido le temperature polari e scendo tutta la montagna passeggiando lungo lo Namsan Sky Forest Trail, una passerella accessibile, iconica, perfetta per gli scatti fotografici. Un cammino tra Brunate a Como di 4 chilometri. Se non fosse stato per il freddo, sarebbe stato piacevole. Ad ogni movimento del corpo, sentivo intorbidirsi la mente, le braccia e tutto il resto.
Arrivato in basso, ero talmente rincitrullito dal freddo che commetto un’imprudenza imperdonabile. Attraverso un viale di corsa. Mi sentivo con la coscienza sporca, è una cosa vietatissima. Ci sono dei punti ben precisi dove attraversare la strada, e per ciascuno le proprie strisce pedonali. Ma va bé… Non mi hanno arrestato. E l’altro reato…, ho fatto la pipì nel giardinetto del viale. Sapevo che mi avrebbero bandito per sempre dalla Corea ma già non capivo niente, già avevo le braccia congelata, almeno svuotiamola questa vescica.
E un po’ più leggero, passando nei quartieri più nascosti dai grattacieli, arrivo finalmente alla Stazione di Seoul, punto centrale e nevralgico di tutta la città. Mi fiondo al Mc Donald’s. Avevo una fame incredibile non osavo mangiare nulla che non fosse ben rassicurante sul piano formale. Patatine e chicken burger e un litrozzo di Coca-cola. Ormai al tramonto, ancor di più al freddo e al gelo, mi incammino verso l’albergo. Passo attraverso la tendopoli dei barboni accuratamente allestita nei sottopassi della città. Mi chiedevo come potessero dormire. C’erano meno dieci gradi e li sentivi tutti. Mi appresto velocemente ad uscire dal sottopasso, varco il Sungnyemun Gate, la nostra Portatorre, bellissima, incastonata tra i grattacieli, protetta dalla luna e apro le braccia per abbracciarmela tutta. Una coreana -a cui se chiedi di farti una foto la rendi felice- si impegna a scattare a raffica, inginocchiandosi quasi per terra. Vengo immortalato da tutte le prospettive e arrivo in albergo, ormai distrutto e completamente uno straccio. Ormai sono vecchio e rimbambito.
