Nosy Be – 10 giorno

Nosy Be

Come ultima escursione, abbiamo deciso di fare un giro dell’isola, via terra. In realtà gran parte del tour, lo avevamo già fatto in Tuc Tuc il primo giorno. Io mi aspettavo un giro nell’interno, nella parte selvaggia, che probabilmente neanche gli isolani non conoscono. Un cammino tra i dolci declivi e alture, nella foresta, tra i laghi di acqua dolce a cercare coccodrilli.

Mi ero lasciato in questo pensiero, invece abbiamo solo percorso la route de l’Ouest fino ad Hell Ville. Come al solito sono venuti a prenderci con il macchinone mastodontico. È stato più faticoso salire sulla jeep che sulle varie barcarole nelle varie trasferte. Ovviamente ci ha accompagnato il Frindon e un altro autista diverso dal precedente.

La prima tappa è stata Dzamandzar, la seconda città, quella del mercato. Abbiamo percorso tutto il suo vivace viale brulicante di negozietti, tuc tuc, zebù e bambini vocianti. Il vero scopo, e questo un po’ mi ha dato fastidio, è l’averci portato in un negozio di souvenir intagliati in legno. In una stradina laterale, nel very center del paese. Va bene che ci vuoi vendere le pentole e i salami, per dio, ma già subito, così, mi porti in un luogo per fare compere, sinceramente non era lo scopo della mia visita.

Capito l’andazzo, ripartiamo a tutta birra per la capitale. Mi aspettavo almeno fare la via principale tra la gente, neanche quello. Mah! Pazienza. Alla guida viene in mente una cosa carina. Prendere il bambino più piccolo e portarlo con noi in gita. Non ho nulla da obiettare, anzi, credo che sia una cosa carinissima. Così ci fermiamo in una stradina laterale, case di paglia, galline in giro e gatti. Frindon ci porta a casa sua e a questo punto è costretto a raccontarci il misfatto. Si è appena separato dalla moglie /compagna che evidentemente lo ha sbattuto fuori casa. La sua nuova abitazione è nella capanna di fronte. Bizzarra la cosa. Ci presenta lei, dalla quale ha avuto il bambino più piccolo. Non ci saluta, è imbronciata e arcigna. Evidentemente Frindon doveva farsi perdonare un bel po’ di malefatte.

Ci porta nella claustrofobica casa. Quattro metri quadri, in cui c’è tutto, cucina, letti, due stuoie e nient’altro. Ci presenta con orgoglio il figlio più grande Freedom (che fantasia!), la figlia (lievemente oversized) avuti da un’altra donna e il più piccolo. Mi sento veramente stretto ed esco subito. Le galline svolazzano in giro. Decide di venire anche la figlia.

Ripartiamo per Hell Ville. Riconosco la strada, percorsa precedentemente.

Prima di arrivare in città, facciamo una deviazione verso l’albero sacro, il luogo più importante e rappresentativo per la popolazione di Nosy Be. Un posto per tutti, dove riposano gli spiriti, dove sentire la messa. Il ficus è immenso, i suoi rami piovono sul terreno per poi ricrescere in altri arbusti. Per entrare in questo tempio siamo costretti ad indossare il pareo, dai colori sgargianti. La visita dura cinque minuti. Si trova proprio di fronte al mare. Questo posto, sì, mi ricorda molto Bali. Sulla terrazza affacciata sulla baia, faccio amicizia con qualche gatto. Beviamo un bicchiere di coca-cola e ripartiamo.

Arriviamo davanti al mercato, centro vitale e nevralgico della città. Non capisco perché tutti vogliono farci vedere quel posto, e soprattutto farci sentire i miasmi del pesce e della carne. Facciamo un giro più veloce della luce. Io che volevo soffermarmi – ormai, che potevo farci?- per fare delle foto decenti, sono costretto a districarmi tra le bancarelle. Non capisco proprio.

In compenso poco più tardi, nel centro cittadino storico, dove ci sono le case coloniali e le istituzioni, veniamo scodellati in un negozio per turisti. Mi sale il fastidio ma lo trattengo perché Mater può finalmente comprare qualcosa. Ci perdiamo per una buona mezz’ora. Io mi sentivo allergico. Dopo di che ci fermiamo al porto vecchio, un posto decadente, arruginito, sconnesso, che si è fermato nel tempo. Non so come le imbarcazioni riuscissero a galleggiare e non ad affondare.

Per le una, ci dirigiamo all’Andilana Beach Lodge. Lasciamo i figli di Frindon a casa, ormai cotti e addormentati di sonno. Mangiamo sulla spiaggia. Un gatto prontamente ci reclama i gamberetti con un miagolio insistente. Gli rovescio praticamente mezza porzione di frutti di mare. Gradisce e sparisce come era tornato.

Dopo pranzo, percorro la lunghissima e bellissima spiaggia, peccato per i resort dietro. Faccio anche il bagno.

Soltanto verso le 16 il mio desiderio di vedere l’entroterra è soddisfatto ma solo per un breve pezzo. Deviamo verso il Mont Passot, la collinetta più alta di tutta Nosy Be, da dove si può vedere tutta l’isola. I colori sono accesi, è tutto secco. Saliamo impercettibilmente, si vedono i contorni di quelli che erano stati crateri, nei quali ci sono dei laghetti. Ce ne sono 12 in tutta l’isola e ciascun lago è assolutamente un luogo sacro per cui non è possibile costruire, solcare il lago. Sono la parte più ancestrale dell’isola. La zona sacra, il contatto spirituale. Entriamo nel parco.

La guida ci vuole portare su fino in cima, mi guarda con compassione. Mi dice che la vetta è lontana, che sono cinque (!) minuti di cammino e che… insomma. Non capisco se per Mater o se per me. Ma io li avrei fatto ben volentieri due passi. Non c’è stato verso. Dal parcheggio, arriviamo alla sbarra. Tutti ci guardano, noi dentro il macchinone. I vips, eccoli arrivati, scansatevi.

Il tragitto è veramente breve, una cosa ridicola, l’avrebbe fatto anche un bambino. Io sono sempre più perplesso. Saliamo gli ultimi gradini, che costeggiano il ripetitore e la vista…. è una cosa magnifica, stupenda. Ovviamente c’è una lunga serie di negozietti di souvenir, di quadri e tovaglie. A me non interessa. Ammiro il paesaggio. Lo guardo tutto, da nord a sud. Conto i laghi, cerco di osservare le città, che sono seminascoste dalle collinette. Il sole è proprio davanti a noi. Siamo tutti italiani. Tutti che si fanno i selfie dentro le cornici, ovviamente dietro mancia.

Faccio tantissime foto. E aspetto in religioso silenzio il calar del sole. Mi disturba il vociare, le dirette facebook, i reel. Ma godetevelo dentro di voi il tramonto, guardatelo e non solo dietro ad un cellulare. Il cielo è lievemente fosco ma è tutto magnifico. Le aquile, ma secondo me mi hanno detto una bugia, volteggiano libere, in cerchi sempre più ampi. Appena l’ultimo spicchio si scioglie nel mare, è tutta una massa informe che rientra alle proprio auto e al parcheggio. Io mi sento privilegiato. Ho l’auto proprio lì. Il cielo si infiamma ma io ormai sono sulla via del ritorno. Il buio avanza veloce. La vita nell’oscurità brulica ed è vivace. Bambini stesi sulla strada, gli zebù che rientrano nelle dimore dei padroni, tuc tuc che alzano un polverone, donne che portano le vettovaglie in cesto in equilibrio sulla testa.

E finisce la sera e il giorno.