Nosy Be
È stata la giornata di mare, la prima che ci ha impegnato da mattina a sera. L’isola di Iranja si trova a 55 km a sud da Nosy Be, praticamente attaccata alle coste occidentali del Madagascar, come potete vedere dalla cartina.
Alla fine tra Gilberto e Dimitri, che mi offrivano le escursioni, ho scelto il primo. Senza una ragione precisa. A dire il vero sì, una ragione c’è.
Gli operatori turistici vogliono solo euro, niente ari malgasci (chiamali scemi!), e solo in contanti. Con una gita di 10 persone, ci vive alla grande l’intero villaggio dei pescatori. I soldi in euro per loro sono una miniera d’oro visto il guadagno mensile di 80 euro). Per cui per le escursioni, mio malgrado, ho scelto quelle proposte dall’albergo, dove potevi pagare con carta di credito. I venditori ambulanti avevano un prezzo inferiore di circa 30 euro. Volendo accontentare tutti e due, non si poteva.
Comunque, ritornando alla narrazione, dopo aver trangugiato qualcosa, il ristorante apriva alle 7.15 e l’appuntamento era alle7.20, mi porto alla sbarra e oltre a Farida trovo Dimitri. Ops! Lui mi toglie subito dall’imbarazzo. – Io sono il fratello di Gilberto. – – Bene! – esclamo. – Siete tutti in famiglia! – Tiro un sospiro di sollievo. Non ho fatto torto a nessuno!!
Offro la brioche fregata in albergo, ma non ditelo a nessuno perché è vietato esportate il cibo fuori dall’albergo, a Farida. Ci incamminiamo verso la spiaggia a nord del nostro resort, passando da un sentieretto remoto nella boscaglia. Ci segue un codazzo di bambinetti. La barca, con due motori da 200 cavalli, ci aspetta. Partiamo, dopo aver fatto salire Mater. Ci sono altre due copie. Il mare è leggermente mosso, siamo controvento. Facciamo fatica a tenere un andatura senza scossoni. Altra sosta all’Andilana beach della Franco Rosso, un mastodontico resort di mille e più persone. Un carnaio incredibile. La spiaggia è movimentata. Bambini, venditori ambulanti, turisti e ombrelloni. Penso al mio, l’Amarina, al confronto un club privè.
Ripartiamo con altre due coppie. Mater è nervosa. Il mare è sempre più mosso più ci allontaniamo da Nosy Be. È anche uno strazio per me. Chiudo gli occhi e aspetto pazientemente l’arrivo all’isola del Lemuri, Nosy Anthsoa, un isolotto circondato da una spiaggia bianchissima.
Il percorso è breve. Ci sono una decina di lemuri, sul primo sbalzo della costa. Non dico che siano ammaestrati ma certamente abituati agli umani. Con le banane compriamo il loro interesse. Ci guardano, si mettono in posa, si sporgono dai rami oppure si allungano capovolti proprio sopra le nostre teste. Sono proprio carini. Mater si azzarda ad offrire un pezzo di banana.
Siamo circondati dal mare, l’isola è proprio piccola, un atollo. Peccato per la gente intorno a noi. Un chiacchericcio non proprio sommesso, proprio una caciara. Siamo tutti italiani. E si sente.
Dopo mezz’ora ripartiamo per Nosy Iranja. È ancora una sofferenza di mezz’ora ma lo spettacolo che si apre tra i due isolotti è spettacolare. Arriviamo in questa laguna blu, azzurro, verde turchese, e approdiamo a questa lingua di sabbia di un bianco accecante che unisce le due isolette.
Il paradiso, non c’è che dire. Ci perdiamo nell’azzurro del cielo, nel verde del mare e nel bianco della sabbia. Un incanto. Una piscina naturale, trasparente. Ci perdiamo fino in lontananza. L’acqua è bassissima.
Verso mezzogiorno, la passeggiata su fino al faro. Sono da solo. Mi accompagna una guida speciale. Temevano che non ce l’avrei fatta? Che avrei fatto ritardare la compagnia? Che avrebbero dovuto arganarmi per salire? Ma non mi interessava. Mi sentivo molto Meryl Streep, che ascendeva la collina al matrimonio della figlia. La guida speciale era un ragazzotto dell’isola, mi controllava, pronto a raccogliermi caso mai fossi stramazzato a terra, o fossi ruzzolato giù dopo aver inciampato su una pietra insidiosa. Mi marcava stretto. Ho fatto quella breve salita in poco più di 10 minuti, senza fiatone e in scioltezza. Che credevano?
Lo spettacolo dal faro era superlativo. Osservare in una veduta d’insieme le due isole collegate dall’istmo di sabbia era veramente notevole. Ero così emozionato che credevo di essere in paradiso.
Una volta raggiunto il gruppo, sotto la tettoia, sulla spiaggia, alle 13 abbiamo mangiato in spiaggia.
Un gattino, da sotto il tavolo, con un miagolio straziante, ha reclamato la sua razione di pappa. Gli ho allungato dei gamberetti, del pollo, le patate con le cipolle, il riso. E non ha schifato niente. Anzi ha divorato tutto. Mica quel bastardo di Jake, che potrebbe non gradire il tonno pescato nel mar cantabrico.
Anche Mater ha mangiato di gusto.
Alle 15 siamo ripartiti, non prima di aver fatto un’altra bagno in quelle acque turchesi. Non volevo andare via, sul serio. Il tragitto del ritorno è stato noioso, fastidioso, il mare all’inizio calmo poi si è agitato. Mater era invece bella pacifica, satolla. Ha rotto le scatole a tutti, raccontando a tutti la sua vita. Io ho mezzo ronfato.
Alle 16,30 siamo arrivati. C’erano Farida, Dimitri e tanti bambini ad aspettarci. Come se ci conoscessero da sempre. Essere accolto così davvero mi ha scaldato il cuore. Ripercorriamo il tragitto nella foresta, incrociando una mandria di zebù. Mater è terrorizzata. Si aggrappa a Farida. Io che trovo divertente questa scenetta. Anzi cerco di accarezzare la gobba di zebù, sia mai che porti fortuna.
