Watamu 04

Watamu

Alle 8 ero già in reception per il safari, prenotato direttamente dall’Italia. Mater, ho preferito che rimanesse nel villaggio perché non sarebbe stata in grado di affrontare la fatica.

La Toyota mi stava aspettando nel parcheggio. Oltre a me una famigliola di Cuneo. Ci portiamo in breve a Watamu e prendiamo un’altra famigliola nel secondo villaggio della Bravo, il Garoda, molto più grande, disordinato e dispersivo.

E così si parte per lo Tsavo Est, il parco naturale più grande di tutto il Kenia, ben 13.000 kmq, che non ho idea di quanto possa essere grande. Dobbiamo riportarci nel vivace centro cittadino di Watamu, da dove partono le strade che portano verso l’interno.

Superiamo il rettilineo di Gede, una specie di Pasquale Paoli, fino a raggiungere la statale Malindi Mombasa. Noi dobbiamo portarci nell’altra statale la C103. Il pezzo che unisce le due statali, in direzione nord-sud, è sterrato, un piccolo assaggio di quello che avrei dovuto affrontare nei prossimi due giorni.

I villaggi si diradano, il cielo è sempre più ampio, la campagna si apre davanti a noi, una spianata arida a perdita d’occhio. La strada corre dritta lungo il fiume Tsavo. L’asfalto diventa sempre più precario. Delle voragini si aprono sotto le nostre ruote ma confido nell’autista. A metà strada ci fermiamo in un negozietto acchiappa turisti in mezzo al nulla. Non mi prendo nemmeno la briga di vedere cosa vendono. Piuttosto acquisto cinque scatoloni di biscotti e tre pacchi interi di Ciupa-Ciupa. Mi sono lasciato andare con la quantità perché potevo pagare con la carta di credito.

Procediamo lungo il rettilineo. Il bestiame incurante delle auto, ci attraversa la strada.

Ad un certo punto svoltiamo sulla sinistra ed entriamo nel recinto di una scuola. Una scuola misera, non di quelle belle delle varie chiese e associazioni che si vedono in tutto il paese. Ci sono le aule, i dormitori, la cucina. Uno sciame di bambini esce dalle classi. La maestra si sbraccia e fa fatica a contenere il loro entusiasmo. Mangiano biscotti, ci cantano canzoncine in italiano, fanno il verso Italia 1 con il pollice. Siamo catturati dai loro giochi. Si attaccano come mosche alla carta moschicida. Ci sono le galline e i cani. Una scuola molto semplice.

Alle 11, ripartiamo e facciamo l’ultimo tratto di rettilineo. I panorami si aprono sotto il cielo, la strada si perde nell’indefinito, in fondo qualche rilievo. Arriviamo al Doga Doga Lodge in mezzo al nulla, dietro un’ansa protetta del fiume. Le tende sono disposte lungo la riva, in realtà sono dei bungalow molto chic. La guida, un Masai butterato, fa il brillantone e ci accompagna in un sentiero. Pensavo di perdermi nella foresta, in realtà era solo un cammino di pochi passi. Gli ippopotami ci osservano con il testone a pelo d’acqua, l’elefante si incastra tra gli alberi. E poi a detta della guida mille altre specie di animali, che non riuscivo a vedere. Mi sembrava la canzoncina, ci mancano solo i due liocorni. Ecco per me mancavano tutti gli altri.

Dopo pranzo, con un alito pestilenziale per la pasta strapiena di aglio, ci portiamo all’ingresso del Parco. Cancellata enorme, ma solo quella. Il primo assaggio del parco si concentra solo nei primi chilometri, seguendo strade ufficiali e fuoripista per scovare gli animali. Tutti ovviamente riuscivano a notare qualcosa. Io, accecato, chiedevo dove, dove. Siamo rimasti vicino al fiume, un posto abbastanza verde, gli animali si erano dati appuntamento nelle acque del fiume per rinfrescarsi e bere. Piccoli ippopotami litigavano tra di loro, gli elefanti smuovevano con le zampe zolle di terra per trovare le radici. Gli impala scodinzolavano e le gazzelle ci guardavano da lontano. Le giraffe, bé, non potevi non notarle nel bush. Insomma siamo stati nel parco per tutto il pomeriggio, fino al tramonto. Siamo tornati al resort, il Masai ha acceso un falò, mica siamo a Temptation Island, e ci ha raccontato della cultura. In realtà le solite cose trite e ritrite. Ai nostri piedi, oltre la staccionata elettrificata, il coccodrillo ci osservava. Talmente vecchio e rimbambito che non riusciva nemmeno a muoversi. Aveva la zampa anteriore dx completamente staccata. Quando si muoveva a momenti si ribaltava. La femmina ha preferito lasciarlo solo, rifugiandosi nel fiume. Il cielo stellato si percepiva, ma le luci del resort erano illuminate come la pista della Malpensa. Idiota di un masai, se vuoi convincerci con la tua cultura, spegni ‘ste luci e facci vedere la bellezza della stella.