Watamu
Dopo il falò di confronto con il Masai e aver superata la paura del coccodrillo, ci siamo congedati e ci siamo ritirati nelle nostre tende. Inutile dire che mi sono addormentato praticamente subito. Non ho dato ascolto al concerto fuori nella foresta. Insomma era un lungo ciacolare e richiami tra animali.
Che parlassero tra di loro, io potevo dormire in pace.
La sveglia alle cinque è stata traumatica ma alla fine ero in un posto bello. L’aria fresca smuoveva la tenda, qualche refolo entrava dalle finestre. Si stava bene. Mi sono lavato la faccia, i denti ed ero pronto per l’avventura.
Alle sei, era già alba, ma ancora scuro. Entrati nel parco, dopo pochi chilometri, il sole faceva capolino proprio alle nostre spalle. Sentivo il sottofondo della sigla del Re Leone dentro di me. Era abbastanza affollato il parco, incontri mattutini con impala, giraffe e elefanti. Andavano tutti al fiume e a ritrovarsi come se fosse una giornata di mercato.
La Toyota si è allontanata dalle anse del fiume e ha puntato verso sud a velocità folli. Credo che tutti i dischi intervertebrali si siano spostati. Guidava come un pazzo su un tratturo. C’erano ampie zone di terra rossa e altre di terra bianca. La vegetazione era grigia. Alcuni animali persi nella solitudine della savana, altri in gruppo. Tutti incuriositi dagli umani inscatolati nelle loro jeep.
Abbiamo percorso più di 50 chilometri, il confine sud del parco era vicino. Alcuni rilievi montuosi si alzavano dall’altopiano e si intravvedevano nuclei abitativi. Ad un certo punto un assembramento di jeep. C’erano tre leoni, ovviamente le guest star del safari. Erano tutte ammassate per osservare la leonessa con prole e marito a seguito. Purtroppo eravamo piuttosto lontani da vederli da una bella prospettiva.
Dopo esserci districati, siamo tornati finalmente a nord. Questa parte dello Tsavo era particolarmente verde. C’erano alberi e pozze d’acqua.
Siamo tornati verso le 10 con la schiena distrutta, la vescica piena e la bocca piena di sabbia. Le femmine hanno costretto Pascal, l’autista, a una sosta per mingere dietro un termitaio. Non è che si potesse pretendere molta privacy. Gli uomini si sono semplicemente girati verso i cespugli. Il punto di sosta, in mezzo al nulla, era particolarmente suggestivo. Il cielo era azzurrissimo dopo che tutta la mattina è stato nuvoloso. La terra completamente rossa e l’azzurro del cielo era un contrasto perfetto. Mi sono seduto sulla strada e ho fatto foto alla jeep, dei selfie con l’autista. Le famigliole accudivano i loro figli con solerzia.
Poco prima dell’uscita dal parco Tsavo, un po’ di off-roads nei pressi del fiume. Il posto era particolarmente iconico. Ma soprattutto abbiamo incontrato casualmente una leonessa addormentata ai piedi di una duna. Il consorte era infrattato in un cespuglio da cui si vedeva solo il codone. Non sono riuscito a fotografare il timidone, ma ero consapevole di essere stato particolarmente fortunato ad averli visti vicinissimi.
Al cancello del parco c’era una fattoria e un negozietto per turisti. Sulla spiaggetta del fiume erano placidamente immobili il coccodrillo Bruno e la coccodrillessa Enza, o qualcosa del genere, particolarmente minacciosa, pronta a fare un balzo. Così dopo pranzo siamo tornati lungo l’infinito rettilineo che ci ha portati fino a Watamu. Distrutti con le vertebre dissassate ma fa niente.
