Watamu
Ormai la vacanza volge al termine. Le ore si susseguono oziose tra la spiaggia e bagni in mare. Mi lascio andare al lento susseguirsi dell’alta e della bassa marea.
I beach boys ormai hanno lasciato la presa su di me, ci sono tanti turisti appena arrivati con gli aerei da Roma e da Verona. Io sono solo un’occasione mancata, uno che non si è fatto coinvolgere dal loro commercio. E così posso tranquillamente scorrazzare sulla spiaggia senza essere disturbato.
Nel pomeriggio, abbiamo deciso di fare una delle escursioni suggerite dal villaggio. Lo “Zio”, quello che ci aveva accompagnato dall’aeroporto di Mombasa a Watamu, sì il capoccia della Southern Sky Safari, quello che ha sotto di sé, non so quanti figli adottati, mi ha riso in faccia quando gli avevo detto che avrei voluto fare il giro di Marafa. No, non è adatto a te, non lo puoi fare, perché bisogna scendere nella pentolaccia e risalire e mi ha guardato con fare sprezzante.
Senti bro, bellazio, quello che pensi tu non mi interessa. Non sono decrepito e ho un cuore per lo più collinare e ho scalato tutte le montagnucole di Como e dintorni. Senza neanche più guardarmi, ha compilato la ricevuta per l’escursione.
Partenza alle 14,30 dal cancello del resort. Ma perché non partite prima? Lo so che volete evitare il caldo, ma un’ora prima non cambia molto e si ha tempo di rimanere di più. Facciamo il giro di tutti gli altri resort. Che menata… Come perdere tempo inutilmente. Dopo un’ora finalmente partiamo per Malindi. Facciamo la solita strada da Gede. C’era un traffico incredibile. I mercatini che invadevano le corsie, la gente che camminava in mezzo la strada, i motorini che ci tagliavano la strada. Ho finalmente capito il messaggio scritto su un cartello stradale: one road, one life. Peccato che non tenga presente di tutti quelli scriteriati che usano la strada senza aver conseguito la patente e che traslano per le vie come un pericolo pubblico.
Un delirio fino a Malindi, il cui centro era particolarmente vivace. Superata la rotonda, passata la città moderna a nord, si ritorna finalmente alla tranquillità, al verde, ai boschi di acacie. Dopo il ponte abbandoniamo la statale che porta al confine con la Somalia e ci portiamo verso l’interno. Cerchiamo di vedere qualche ippopotamo nel fiume, ma l’acqua è bassa e a parte qualche airone, non c’è nulla.
I bambini escono da scuola, tutti con le loro divise uguali. Ci vengono incontro e ci salutano correndo. La strada si riempie di buche ma i dossi micidiali rimangono.
Proseguiamo nell’entroterra, nei terrazzamenti. Poche alture e un cielo sempre spettacolare. Alle 16 arriviamo. Il canyon si apre davanti a noi. Vista mozzafiato. I babbuini attirano la nostra attenzione ma non sono socievoli. Anzi hanno un aspetto minaccioso.
La guida, un negretto che si fa chiamare cioccolato fondente, usa tutti i dialetti, dal bergamasco al napoletano. Lui ha fretta ma la gente si attarda a guardare lo spettacolo. Io ho un po’ di ansia perché ho lasciato Mater con la signorina del resort vicino al pullman. Ma lasciarla da sola con i babbuini, quasi al tramonto, nonostante tutte le rassicurazioni, mi metteva ansia.
Il nostro gruppo aveva la fissa dello scatto perfetto, del selfie da immortalare nei social. E fai una foto così, cosà, da tutte le angolazioni. Dundio, sbrigatevi perché tra non molto i piagnistei di Mater diventano un caso nazionale.
Scendiamo nella pentolaccia, dove di giorno ci sono quasi 50 gradi. È un terreno di sabbia franato per colpa degli dei che volevano punire gli abitanti che sprecavano il latte perché l’acqua era difficile da recuperare ed era lontano.
Il cioccolatino ci dice che quando era poco più che bambino, giocava spesso a nascondino coi suoi amichetti. Secondo me in giro c’è qualcuno ancora nascosto.
Il percorso era breve, un chilometrino, forse qualcosina di più, ma insidioso. Un saliscendi di sentieri non ben definiti formati da sabbia. Metti un passo in fallo, altro che nella pentolaccia del diavolo ti ritrovi. Direttamente all’inferno. Io me la sono cavata egregiamente. Qualche mano allungata per aiutarmi in un gesto di pietà nei miei confronti mi ha fatto comodo e ho apprezzato molto.
Ma il pezzo più duro e stato passare un buco in un costone di roccia. Quando dico buco, beh, insomma, sì, avete capito…
Temevo l’incastramento e altro che vasellina. Ma non mi sono perso di coraggio. Ho allungato una zampa e l’ho infilata nel buco. Mi sentivo molto la Heater Parisi. A cavalcioni, mi sono inchinato per far passare il capoccione e lo zaino e infine l’altra gamba. Un esercizio tipico del Cirque du Soleil. Mi sono alzato trionfante, ma in un attimo stavo perdendo l’equilibrio e stavo ruzzolando giù dalla roccia. Per fortuna che mi hanno trattenuto e hanno prevenuto una slavina con relativo movimento tellurico.
Arrivo in un punto di equilibrio e tutti mi applaudono. Ma vergognatevi voi! Avevate dei dubbi in merito alla mia performance? Tutto stizzito mi sono voltato e in solitario ho fatto la salita che portava alla rima del cratere, trattenendo il fiato, rosso paonazzo, ma non volevo darla a vedere…
Una volta in piano ho percorso velocemente il periplo della caldera. Volevo arrivare al più presto da Mater prima che diventasse incontenibile…
Il tramonto è stato bellissimo, anche i macachi credo che apprezzassero lo spettacolo. Il sole incendiava le rocce, dall’alto tra i rami delle acacie era proprio spettacolare.
Così ormai al buio ci siamo incamminati verso casa, passando per strade secondarie per evitare il traffico insostenibile di Malindi. La vita era ora nel buio più totale ai bordi delle strade, la gente socializzava
