Watamu
La mattina ho cercato di arrivare all’isoletta in mezzo al mare che compare durante la bassa marea. A dire il vero ho provato diverse volte, ma ho sempre sbagliato tempo o giornate. Ieri pensavo che ci fosse ancora bassa marea, mi sono incamminato ma stava iniziando l’alta marea. Arrivato a metà tragitto, mi sono accorto che non c’era più la lingua di sabbia che mi avrebbe portato dove avrei voluto. Così ho dovuto fare una misera retromarcia per evitare di affogare. Tra l’altro ero con la maglietta per evitare di scottarmi, lo zaino con la macchina fotografica.
Temevo di inciampare tra le rocce di coralli e di finire affondato come un relitto che non galleggia più.
È stata una corsa contro il tempo, anche perché più passavano i minuti, più rallentavo il passo per trovare gli appoggi solidi. Arrivato in spiaggia, mi sono fiondato sul lettino e non mi sono più alzato fino a mezzogiorno. Dovevo riposarmi dopo lo scampato pericolo.
Nel primo pomeriggio, dovevamo fare l’ultima escursione alle rovine di Gede, un sito Unesco, dove ci sono i resti di una città araba abbandonata non si sa bene per quale motivo. Si trova a Watamu, in particolare sul rettilineo di Gede, la famosa via Pasquale Paoli. Sempre il solito vivace e caotico centro di Watamu e alla rotonda abbiamo girato a destra, nella zona araba.
I mercatini erano affollati, il disordine era più evidente. Insomma la classica location africana. I bambini ci salutavano, le vacche placidamente facevano la vasca fino alla fine della strada. Alla fine del rettilineo, dopo aver girato a destra, ci addentriamo nel bosco…
Le case coloniali erano abbandonate, le strade non asfaltate. Il sito era poco distante. I soliti casini per fare i biglietti, che poi, dico, che ci vuole? Veniamo subito presi di mira dalle scimmiette che ci hanno annusato per capire se avessimo cibo con noi. Mater ha resistito cinque minuti, quando però le sono salite in testa, ha iniziato a gridare, a fare la faccia schifata, a dare manate a destra e a sinistra. La guida continuava a peggiorare le cose facendocele avvicinare allungando delle noccioline.
Avanziamo nel bosco, un posto di assoluto silenzio tra alberi giganteschi, baobab e acacie. Il sito era suggestivo e si concentrava soprattutto tra le rovine della moschea. Tutto perfetto tra il cielo azzurro e il verde. Avanziamo come novelli Indiana Jones. Le scimmie in questa parte non andavano d’accordo con quelle della zona nord. Queste erano più guardinghe, diffidenti ma sempre pronte a prendere le noccioline della guida. Poi andiamo nel giardino botanico. C’è un rettilario che ho saltato a piè pari. E così siamo usciti dal parco alle cinque.
Ci riportiamo sulla via di Gede, ormai un punto di riferimento per tutte le escursioni. Ma poco dopo giriamo di nuovo a destra e ci inoltriamo nel fitto bosco, incredibile come dal caos più totale si passi alla pace e al silenzio perfetti. Ci sono casupole di fango, nuclei famigliari seduti su sedie di plastica accanto alle costruzioni. I bambini ci salutano, esagerano con i ciao. Ovviamente in italiano. Il clima è piacevole, il verde intenso nelle più accese tonalità.
Arriviamo al Mida Creek, l’insenatura già visitata via mare nei giorni scorsi, incorniciata da un folto groviglio di mangrovie. Il ristorante sunset, mediocre ma estremamente affascinante, che si affaccia con terrazze panoramiche proprio sulla laguna, ci offre samosa di carne e di granchio e coca cola. Seduti sulla terrazza aspettiamo il secondo più bel tramonto (dopo di quello di ieri) sulle acque placide del Creek e le barchette di pescatori.
Il setting non ci tradisce e il sole in maniera spettacolare e sorprendente si nasconde dietro la linea dell’orizzonte. Torniamo indietro, Mater avvinghiata al drive sulle passerelle prima di finire tra le mangrovie.
